sabato 2 marzo 2013

L'intervista al Presidente

Fantaparodia surreale, 28618 caratteri, versione 1.1


L’INTERVISTA AL PRESIDENTE
di
Leonardo Boselli



Ogni riferimento a persone e cose esistenti nella realtà o
a fatti veramente accaduti è da ritenersi del tutto casuale.


Questo racconto è il seguito de “Il delirio del Presidente”.
È bene che il lettore legga i racconti in ordine, perché
nel seguito non saranno riepilogati gli antefatti.

“Le voci che descrivevano un Presidente gravemente malato, dopo alcuni giorni di assenza dalla scena politica, si sono rivelate clamorosamente infondate. Ecco la trascrizione dell’intervista a cui la giornalista Clara Bonucci ha sottoposto il Premier, il quale, nel rispondere alle domande, si è dimostrato come sempre in ottima forma. [Segue l’intervista]”.
Questo è il comunicato ufficiale. Ecco invece che cosa è successo veramente.


Lo staff dell’Unità di Crisi era riunito per fronteggiare l’emergenza. La convalescenza avrebbe richiesto alcune settimane e poi il Presidente sarebbe tornato in piena forma, ma tre giorni senza mostrarsi in pubblico erano già troppi, soprattutto perché la situazione del paese richiedeva interventi continui. I nemici, interni ed esterni, ne avrebbero sicuramente approfittato.
Il direttore dell’Unità di Crisi, che aveva sostituito il ‘grande vecchio’ da poco scomparso, percorreva a lunghi passi nervosi l’intera lunghezza della sala, mentre gli altri membri dello staff ne seguivano con apprensione le evoluzioni. A un tratto si fermò e, come se avesse rimosso uno spiacevole episodio a cui lui stesso aveva partecipato, disse: «Qui ci vuole un’idea geniale. Dov’è il ragioniere capo?»
Nessuno sapeva rispondere e il nuovo neoassunto, l’ultima ruota del carro, un ragioniere di Redipuglia, con la spavalderia della gioventù, azzardò: «Sarà in licenza premio.»
Il direttore non ci fece caso, riprese a misurare la sala un passo dopo l’altro e, mentre camminava, pensava ad alta voce: «L’ideale sarebbe un’intervista da far trasmettere nei prossimi giorni a tutti i telegiornali. Deve essere rassicurante. Non il solito comunicato registrato che lascerebbe insoddisfatti tutti, non questo. Piuttosto una vivace intervista dialogata, magari con una bella donna. Il Presidente dovrebbe parlare un po’ di tutto, essere affabile come sa fare, magari anche galante, ma senza esagerare... non deve esagerare come al solito, dobbiamo farglielo presente. Che ne dite?»
Un consigliere gli fece notare che sarebbe stato davvero l’ideale, ma non era possibile.
«Certo,» continuò il direttore, «l’intervista che risolverebbe il nostro problema non è possibile, perché se lo fosse non ci sarebbe un problema da risolvere...»
Quando iniziava questi discorsi, gran parte dello staff perdeva il filo.
«Ci sarebbe una possibilità!» disse il ragioniere di Redipuglia, sempre con l’incoscienza dell’ultimo arrivato.
Il direttore si fermò e tutto lo staff si mise a fissare il giovane con uno sguardo inquisitore che diceva: “Eccone un altro che pensa di sapere tutto. Chissà quanto durerà questo.”
Dopo aver attirato l’attenzione, troppa attenzione, si sentiva un po’ a disagio, ma preso coraggio cominciò a spiegare: «Sapete che la tecnologia ha fatto passi da gigante, ora nelle tasche abbiamo dei cellulari che autonomamente ci pianificano la giornata secondo i nostri impegni, rispondono per noi alle telefonate, addirittura ci prenotano le ferie...»
Il direttore intervenne: «Non mi dica niente! Il mio telefonino mi ha prenotato una vacanza a Courmayeur. Io non ci voglio andare, odio la montagna, ma lui dice che mi fa bene alla pressione... la pressione! Va beh, continui pure» e lasciò la parola al ragioniere, mentre dalla tasca usciva un bip-bip di rimprovero.
«Bene, stavo dicendo che ormai l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante: riconoscimento vocale e facciale, contestualizzazione del linguaggio, scelta della reazione più appropriata, sono tutte tecniche ormai accessibili...»
Il direttore ci rimise il becco: «Non ho capito un’acca, ma continui.»
«Dunque, all’Università...»
Interruppe ancora: «Ma lei non è ragioniere?»
«Sì, ma sono anche laureato. Nel curriculum non l’ho scritto perché i laureati costano troppo e non mi avreste assunto.»
«Molto bene,» replicò il direttore lanciando un’occhiata fulminante al responsabile assunzioni, «si vede che ha spirito d’iniziativa. Continui e concluda!»
«Dunque, all’Università Roma Quattro ho seguito il corso del professor De Giorgis sull’Intelligenza Artificiale applicata alla comunicazione. Una telecamera riprendeva un soggetto umano, l’immagine veniva elaborata da un cluster di computer e su uno schermo era sintetizzata la rappresentazione di un interlocutore che rispondeva a tono alle domande. Non solo, ma ne proponeva a sua volta e riusciva in questo modo a sostenere una conversazione. Si possono utilizzare anche parti pre-registrate, ma il sistema può improvvisare su una serie di parametri programmati. È stato il primo automatismo al mondo a superare il test di Turing: il sistema artificiale veniva riconosciuto come umano molto più spesso delle stesse cavie umane.»
Il direttore stupito chiese: «Ho intuito dove vuole arrivare, ma chi è questo professor De Giorgis? Non l’ho mai sentito nominare.»
Il ragioniere spiegò l’arcano: «Quando il suo sistema si è dimostrato efficace e le prime attestazioni di merito hanno cominciato a giungere dalla comunità scientifica internazionale, il professore ha interrotto le ricerche perché temeva che il ministero gli togliesse i fondi: non voleva rischiare di doversi trasferire all’estero.»
«Molto bene,» disse il direttore, «anche questo De Giorgis si dimostra una persona dotata di intelligenza. Contattiamolo e proviamo il sistema. Per quanto riguarda l’intervista dobbiamo trovare una giornalista giovane e di bella presenza. Qualcuno che non abbia problemi ad accettare una videoconferenza con il Presidente, ma che farebbe i salti mortali per ottenerla, magari una stagista. Le lasceremo carta bianca per quanto riguarda le domande, perché la solita intervista a senso unico potrebbe sembrare sospetta. La faremo trasmettere in sintesi, a reti unificate, al TG1 e al TG5 e poi completa in seconda serata.»
«Se mi posso permettere,» disse ancora il ragioniere, «la mia fidanzata ha terminato da poco la scuola di giornalismo e sta svolgendo uno stage presso il giornale ‘La porcata quotidiana’ di Antonio Pataccaro e Marco Bavaglio. Secondo me è molto brava.»
«Non importa se è brava, ma è fondamentale che sia carina. E poi lavora per un giornale, se così si può chiamare, che non è tenero con il Presidente. Potrebbe essere un’ottima scelta. Le faremo un provino. Come si chiama?»
«Clara Bonucci.»
«Il nome suona bene» disse il direttore. Poi rivolto ai collaboratori ordinò: «E adesso trovatemi questo De Giorgis!»

* * *
Il professor Alberto De Giorgis stava ultimando la preparazione del suo sistema cibernetico nella cabina di regia.
Si sentiva a disagio, perché alle sue spalle il direttore dell’Unità di Crisi spiava tutte le sue mosse.
«Manca molto?» chiese il direttore.
«No,» rispose, «ho ultimato l’inserimento di tutte le registrazioni del Presidente, dai filmini in super8 di quando faceva il piazzista di creme di bellezza fino ai kolossal tridimensionali trasmessi nell’ultima campagna elettorale. Il sistema sta completando l’elaborazione delle informazioni e creando la personalità virtuale che risponderà alle domande dell’intervista. La potenza di calcolo necessaria è enorme, ma per le prossime due ore ho prenotato i mainframes del CERN di Ginevra. Dovranno sospendere per tre giorni i loro esperimenti sulla fisica delle particelle elementari e la scoperta del bosone di Higgs potrebbe slittare di settimane, ma il disturbo se lo fanno pagare bene.»
Il direttore replicò: «È una fortuna che la RAI abbia una voce di bilancio apposita nel capitolo della divulgazione scientifica, altrimenti non ce lo saremmo potuti permettere.»
Nel frattempo, sui monitor della regia si vedeva Clara Bonucci, la fidanzata del ragioniere di Redipuglia, che si stava preparando. La truccatrice dava gli ultimi ritocchi, ma non c’era molto da sistemare: il Presidente virtuale l’avrebbe sicuramente trovata di suo gusto.
Il direttore prese il suo cellulare e gli disse: «Quel giovane... come si chiama, quello di Redipuglia... è promettente. Ricordati di proporlo per una promozione. Ragioniere capo potrebbe andare bene.»
Il telefonino confermò con una sensuale voce femminile: «Ho già provveduto! La pratica è in amministrazione», ma il direttore si arrabbiò: «Quante volte ti devo dire di non rispondere con questa voce? Mi fa impressione! Usa i bip» e la risposta fu: «bip-bip.»

Di fronte alle telecamere Clara Bonucci sfogliava le note con le domande e se le ripeteva mentalmente.
«Vedrai che andrà tutto bene» disse il fidanzato. Era stato deciso di tenerla all’oscuro del fatto che fosse un’intervista artificiale. Il realismo ne avrebbe giovato.
«Non so se andrà bene. Alcune domande di sicuro non piaceranno al Presidente, ma non ho intenzione di abbassarmi a compromessi.»
«Questa è un’occasione che non capita tutti i giorni. Bisogna capire quando è il caso di piegarsi, perciò sfruttala bene. Anche a me potrebbe garantire un passo in avanti nella carriera, e poi potremo sposarci.»
«Sì, certo» disse Clara, ma con poca convinzione.

Dalla regia giunse una voce gracchiante: «Siamo pronti! Un minuto al collegamento!»
Il ragioniere e la truccatrice si dileguarono e Clara rimase da sola nello studio. Illuminata da un occhio di bue, aveva di fronte a sé uno schermo scuro che rifletteva la sua immagine. Intorno a lei tre telecamere. La fissavano accendendo a turno il loro occhio rosso.

Clara si chiedeva che cosa ci facesse lì. Diventare una reporter, quello era sempre stato il suo sogno. Voleva emulare le giornaliste RAI d’assalto, come Giovanna Botteri o Monica Maggioni, che aveva seguito in televisione dieci anni prima con i loro reportages dall’Iraq durante le fasi della seconda guerra del Golfo. Era sempre stata quella la sua aspirazione e si era impegnata a fondo per conseguire le competenze necessarie. Aveva addirittura imparato quattro lingue, una delle quali era l’arabo.
Ora, però, senza alcuna fatica, si trovava già a poter intervistare il Presidente: cosa avrebbero detto i suoi colleghi più anziani? Per sua fortuna si trattava di una videoconferenza e c’era uno schermo di mezzo, altrimenti chissà cosa avrebbero pensato che fosse successo prima o dopo l’intervista. Tutto poi per colpa di un fidanzato che voleva lasciare da mesi.
Quella carta doveva giocarsela bene o sarebbe stata ricordata per il resto della sua carriera come la stagista che, tra le altre cose fatte con il Presidente, lo aveva anche intervistato.

«Tre, due, uno!» contarono dalla regia e dopo qualche istante sullo schermo apparve Lui. Era seduto con disinvoltura dietro una scrivania. Alle sue spalle, la bandiera italiana faceva bella mostra di sé in compagnia di quella dell’Unione Europea. La schermata divenne tremolante per qualche istante, ma poi si stabilizzò.
«Buongiorno, signorina!» disse l’immagine del Presidente, sfoderando un sorriso a 36 denti, sì, proprio quattro più del normale.
«Buo... buongiorno, Presidente!» rispose Clara balbettando.
Vederselo di fronte, così all’improvviso, l’aveva lasciata senza fiato. L’immagine nel mega-schermo tridimensionale era a grandezza naturale. Era davvero come averlo di fronte in carne e ossa, si poteva quasi toccare. Lo sguardo era magnetico, il sorriso sfolgorante, la pelle abbronzata e liscia come quella di un bambino. L’età era indefinibile, sembrava di vedere una sovrapposizione omogenea dei suoi ultimi vent’anni.
Nell’assistere a quella reazione, il direttore si chiese se la scelta della stagista fosse stata azzeccata. Il provino era andato bene, ma non era stata verificata la reazione a uno stress emotivo. Ci sarebbero stati tanti giornalisti di esperienza che avrebbero dato qualunque cosa, anche la più intima, per quell’intervista: qualche direttore di TG sarebbe forse arrivato anche a strisciare per ottenerla. Ma era toccato a quella ragazza e ora sembrava non essere all’altezza.

Dalla regia dissero: «Iniziate pure. Cerchiamo di fare un piano sequenza, ma non preoccupatevi se si dovrà tagliare qualcosa. Al montaggio penseremo dopo. Signorina, salti pure l’introduzione, la registriamo alla fine.»
Il Presidente, mentre la fissava con quel suo sguardo penetrante, disse: «Grazie, regia. Signorina è pronta? La vedo turbata.»
«Tutto bene, grazie. Ora iniziamo» disse lei deglutendo e riprendendo fiato.
Schiarì la voce, mise l’introduzione dietro il blocco, diede una rapida occhiata al secondo foglio e iniziò.

* * *
«Signor Presidente, nei giorni scorsi sono state formulate molte ipotesi sul suo stato di salute. A vederla così, faccia a faccia, mi sembra in ottima forma. Cosa ci può dire in proposito?»
L’immagine fu attraversata da un disturbo impercettibile, poi riprese nitidezza. Lo sguardo, che si era offuscato per un istante, divenne nuovamente vivo e consapevole.
«Lei, signorina, sa giudicare bene gli uomini. Mi consenta prima di tutto di ringraziarla per il suo apprezzamento e lo ricambio certamente con altrettanta considerazione nei suoi confronti. Se tutte le giornaliste fossero belle come lei, mi farei intervistare tutti i giorni. Molti hanno osato insinuare che fossi malato. Cosa rispondere: malato io? Sono Superman, anzi Superman a me mi fa ridere.
(La Stampa, 2 settembre 2009)
In realtà ho dovuto effettuare un check-up per una tendinite alla mano che mi perseguita da qualche anno.
Forse ha ragione chi dice che sono troppo vecchio per governare un Paese moderno. Ma ho il merito di affidarmi a persone competenti.
(Adnkronos, 27 marzo 2008)
L’età a volte fa dei brutti scherzi, ma mi consenta una battuta. Stamani in albergo volevo farmi una ciulatina con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: “Presidente, ma se lo abbiamo fatto un’ora fa”. Vede che scherzi che fa l’età?
(l’Unità, 4 luglio 2010)
Spero che questa innocente storiella non l’abbia messa in imbarazzo» disse il Presidente sfoderando un sorriso disarmante.
«No, no, ci mancherebbe. La primavera scorsa sono stata in Afghanistan e in caserma i soldati si raccontano storielle come la sua» rispose Clara senza battere ciglio.
«È stata già in Afghanistan. Credevo fosse una giornalista precaria.»
«È così,» rispose, «ma ho già avuto modo di lavorare sul campo e mi sono resa conto di cosa voglia dire operare in una zona di guerra. Una guerra in cui sono coinvolti anche i nostri militari italiani.»
«Lei, signorina, si lascia trasportare troppo dalla sua sensibilità. Dal tono che usa sembra che dia la colpa di tutto a me.
Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa. Io ho tentato a più riprese di convincere il presidente americano a non fare la guerra. Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare, ma io ritenevo che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare.
(Omnibus-La7, 29 ottobre 2005)
E comunque se lo lasci dire, lei è giovane e bella, ma è precaria, perché sprecare la sua vita nel tentare una carriera faticosa?
Da padre, il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo.
(Tg2, 12 marzo 2008)
È un consiglio che mi viene dal cuore, da vero padre di famiglia.»
«Grazie, Presidente, sono certa che molte italiane che hanno un bel sorriso ne approfitteranno. Io, per il momento, voglio realizzarmi affidandomi solo alle mie capacità. Comunque, non divaghiamo, ci sono tante altre domande che meritano una risposta.»

«Come sta andando?» chiese preoccupato il professor De Giorgis al direttore dell’Unità di Crisi.
«Benissimo! È da non credere, sembra proprio Lui in persona, solo che risulta più bello, affascinante e pure ringiovanito. Ha proprio fatto un buon lavoro!»
De Giorgis insistette: «Però, mi sembra che stia un po’ esagerando.»
«Macché! Anzi, si sta trattenendo! Lasci i parametri come sono. È perfetto!»

L’intervista procedeva senza intoppi. Ogni tanto l’immagine del Presidente sembrava tremolante, mentre in certi momenti lo sguardo appariva assente, ma riacquistava subito dopo vivacità. Insomma, Clara Bonucci si sentiva a disagio, a volte credeva di trovarsi di fronte a un automa, però immediatamente si ricredeva nel constatare la coerenza delle risposte e la luce nello sguardo.
Clara riprese l’argomento emerso nella risposta precedente, perché non voleva fargliela passare troppo liscia: «Questa sua dichiarazione, sul fatto che una bella donna dovrebbe pensare ad accasarsi piuttosto che impegnarsi in una carriera, non trova che sia offensiva? Lei divide le donne in belle e brutte e ritiene che solo queste ultime debbano essere intelligenti?»
Il Presidente sorrise e socchiuse le palpebre lasciando balenare un’occhiata d’intesa: «Ora non mi metta in bocca parole che non ho detto. Mi viene in mente una signora dell’opposizione che quando si alza la mattina e si guarda allo specchio si è già rovinata la giornata
(Si riferisce a Mercedes Bresso, 23 marzo 2009), oppure un’altra che ravviso che è sempre più bella che intelligente. (Si riferisce a Rosy Bindi, 23 marzo 2009)
Intendo dire, se non si fosse capito, che se una donna è brutta non è detto che sia intelligente. Certo queste possono essere battute di spirito conosciute e di largo consumo. Andate a vedere gli insulti che hanno fatto alle mie ministre che sono persone bravissime e assolutamente diverse da ciò che si vuol far pensare che siano.
(24 marzo 2009)
Ad esempio, ho una speciale predilezione per Mara Carfagna. Faccio i complimenti a Mara, che è bella, dolce e intelligente, ma anche una donna con le palle.
(24 marzo 2009)
E ho questa stima per tante altre belle donne impegnate in politica nella mia coalizione che si dimostrano intelligenti quanto belle. Mi piacerebbe avere un governo di sole donne.
Zapatero ha fatto un governo troppo rosa che noi non possiamo fare anche perché in Italia c’è una prevalenza di uomini
(Radio Montecarlo, 15 aprile 2008). Ritengo però che sia un peccato.»
«D’altra parte lei, Presidente, non ha mai fatto mistero di essere attratto dal fascino femminile. Ma è certo di essere apprezzato per quello che lei è, come persona e come uomo, e non solo per il suo denaro?»
«Non ne ho alcun dubbio. Anche recentemente ho dovuto rispolverare le mie doti di playboy con donne presidente di rango pari al mio e il successo che ho ottenuto è stato evidente.»
Clara cambiò quindi discorso: «Abbiamo capito che ha una grande stima delle donne del suo governo. E degli uomini cosa ci dice? Bossi e Fini, ad esempio.»
Un velo di tristezza scese sul Presidente:
«Bossi è un uomo coriaceo, come sanno tutti, ma è sempre stato un realista: senza il suo realismo il Polo delle libertà non sarebbe mai nato.
(la Repubblica, 5 novembre 1995)
Nonostante atteggiamenti volutamente devastanti, il Bossi è un buon italiano: è diverso dai vecchi e nuovi marpioni della politica. E in questo me lo sento fratello.
(Panorama, 4 febbraio 1994)
A Fini invece sta stretto il ruolo di presidente della Camera e coglie ogni occasione per ritagliarsi uno spazio, per avere visibilità.
(Corriere della sera, 12 maggio 2009)
Ci sono tante possibilità di impegnarsi per il bene del Paese, per cui c’è gloria per tutti.
(la Repubblica, 21 dicembre 2003)»
Clara quindi chiese: «Tra le tante categorie che si impegnano per il bene del paese, secondo lei, non sembra esserci l’ordine giudiziario...»
Il Presidente rispose: «Non posso che ripetere concetti espressi più volte. Secondo me il pubblico accusatore dovrebbe essere sottoposto periodicamente a esami che ne attestino la sanità mentale.
(8 aprile 2008)
Io non ho mai attaccato i giudici, anzi è il contrario.
(la Repubblica, 27 dicembre 2008)
L’anomalia italiana non è Silvio Berlusconi, lo sono i PM comunisti e i giudici comunisti di Milano. Solo da quando Silvio Berlusconi è sceso in politica e ha sottratto il potere ai comunisti ha subito 103 processi.
(Reuters, 28 ottobre 2009)
Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana.
(la Repubblica, 5 settembre 2003)
La magistratura è una malattia della nostra democrazia, dobbiamo assolutamente cambiare l’ordine giudiziario, non lascerò la politica finché un cittadino non potrà andare davanti a un giudice che sia veramente imparziale.
(Matrix-Canale 5, 10 marzo 2006)
Ma queste cose le ho già ripetute troppe volte che ormai solo pochi non ne saranno ancora convinti.»
Clara allora provò a ribattere: «Eppure quella di cui parla non è la stessa magistratura che ha riscosso grandi successi sul fronte della lotta alla mafia?»
Il Presidente si rabbuiò ancora di più: «Ecco, dobbiamo finire parlando di mafia. Io se trovo però quelli che hanno fatto nove serie de ‘La Piovra’ e quelli che scrivono i libri sulla mafia, che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo
(la Repubblica, 28 novembre 2009) Non si meriterebbero altro per il danno che hanno fatto e fanno al paese.»
«Vuole dire che la Mafia non esiste?» disse Clara cercando di non far esplodere la sua indignazione.
«Non dico questo» sostenne il Presidente, «ma se c’è una persona che per indole, sensibilità, mentalità, formazione, cultura ed impegno politico, è lontanissima dalla mafia questa persona sono io
(la Repubblica, 29 novembre 2009). E ho detto tutto.»
«C’è un’altra categoria che secondo lei non si impegna per il bene del paese: quella dei giornalisti. Mi sbaglio?»
«Non si sbaglia in Italia c’è un regime, sì, cari giornalisti: i dittatori siete voi. Il futuro è digitale; i giornali hanno fatto il loro tempo. Le vostre battaglie sembrano quelle dei costruttori di carrozze che volevano impedire la diffusione delle auto. Non potete fermare il progresso. Non so indicarvi io la soluzione, ma quando ci sono prodotti che diventano obsoleti bisogna prendere altre strade.
(10 dicembre 2003)
Su 5 milioni di copie di quotidiani vendute ogni giorno (esclusi i giornali sportivi), solo 250 mila sono favorevoli all’esecutivo e 750 mila neutrali: quattro milioni sono contro. Mi sono rivolto più volte agli organismi internazionali per un intervento, ma questa verifica non viene fatta e continuo a leggere sugli organi d’informazione internazionali che in Italia c’è una reale preoccupazione per la libertà di stampa
(Quotidiano nazionale, 7 novembre 2003). È da non credere.»
«Ammesso che sia vero, è anche un fatto che la maggior parte delle televisioni sia in mano sua» replicò Clara.
Lo sguardo del Presidente mostrò un’evidente delusione:
«Non mi aspettavo questo argomento trito e ritrito da una persona intelligente come lei si è dimostrata finora.
Diciamolo, avere tre televisioni mi ha danneggiato.
(maggio 1994)
In TV, ogni giorno, su tutti i canali, in prima serata mi prendono per il culo. Questa abitudine sta diventando insopportabile. Deve finire.
(la Repubblica, 12 novembre 2008)
C’è una sola cosa che non mi ha penalizzato: il pubblico italiano non è fatto solo di intellettuali, la media è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco. È a loro che devo parlare
(Corriere della sera, 10 dicembre 2004). Loro mi possono capire.»
«Quindi lei ritiene di essere un uomo che riesce a comunicare con la gente comune, questo significa che si ritiene un uomo del popolo?» chiese Clara.
«Non so se sono un uomo del popolo, ma sicuramente sono un uomo per il popolo. Che cosa ho fatto per il popolo?
Solo Napoleone ha fatto di più.
(Matrix-Canale 5, 10 febbraio 2006)
Su Napoleone ovviamente scherzo: io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima, paziente, sopporto tutto, mi sacrifico per tutti.
(ANSA, 12 febbraio 2006)
Hanno fatto una prova anche su di me, sulla mia funzionalità cerebrale e fisica e hanno deciso che sono un miracolo che cammina.
(ANSA, 5 ottobre 2002)
Mi sta venendo un complesso di superiorità tanto che dico: “Meno male che ci sono io”. Non so un altro che cosa avrebbe fatto. Nessuno avrebbe potuto fare meglio di quello che ho fatto io.
(Adnkronos, 3 dicembre 2002)
Quando sono entrato in carica ho trovato un Paese che non contava niente sulla scena internazionale. L’Italia, che non contava, ha ora uno smalto internazionale e un suo peso specifico anche in situazioni determinanti.
(Rainews24, 30 dicembre 2002)
Non c’è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me, nessuno dei protagonisti della politica che ha il mio passato, che ha la storia che ho io. Da un punto di vista personale se c’è qualcuno che ha una posizione di vantaggio questo qualcuno sono io. Quando mi siedo a fianco di questo o quel premier o capo di stato, c’è sempre qualcuno che vuole dimostrare di essere il più bravo, e questo qualcuno non sono io. La mia bravura è fuori discussione. La mia sostanza umana, la mia storia, gli altri se la sognano.
(ANSA, 7 marzo 2001)
Ecco chi sono.»
Clara era rimasta a bocca aperta. Non si aspettava una dichiarazione finale su Napoleone, Gesù Cristo e il miracolo che cammina, ma colse l’occasione al balzo e disse: «Nessuno può affermare che lei non abbia fiducia nelle sue capacità e una grande opinione di se stesso. Mi permetta un’ultima domanda prima di congedarla. Poco fa ha detto che lei è un miracolo che cammina... ma dove cammina? Sulle acque?»
I riflettori nello studio persero un po’ di luminosità, sembrava che una grande quantità di energia fosse assorbita chissà da quale congegno elettronico. Anche l’immagine del Presidente divenne un po’ opaca, il volto paonazzo, quasi si poteva vedere una goccia di sudore colare sulla fronte, ma poi la luce si stabilizzò e lo schermo riprese luminosità. Allora il Presidente sfoderando un sorriso sfolgorante rispose: «Sulle acque? Non ancora, signorina, ma ci sto lavorando.»
Clara sorrise a sua volta, uno a uno e palla al centro. In quell’istante però lo schermo si oscurò e dalla regia dissero: «Molto bene signorina, la registrazione è terminata.»

* * *
Nella sala di regia il direttore si stava complimentando con il professor De Giorgis: «Un’intervista eccezionale. La mandiamo ai telegiornali così com’è. Quando il Presidente la vedrà, quasi si convincerà di averla sostenuta davvero lui. Ne registreremo altre durante la convalescenza, magari anche dichiarazioni sull’attualità. Avete fatto un ottimo lavoro!»
De Giorgis si scherniva, sospettava che potesse derivarne qualche fregatura per lui e il suo tranquillo posto di libero docente.
«Il sistema sarebbe perfetto se non fosse limitato ad apparizioni in video. Certo al giorno d’oggi la TV è fondamentale, ma ci sono anche occasioni in cui bisogna apparire di persona. Mi riferisco al G20 prossimo» disse il direttore, quasi come se pensasse ad alta voce.
De Giorgis inizialmente non aveva intenzione di esporsi troppo, ma ormai era in ballo e forse era opportuno andare fino in fondo. Fece cenno al direttore di seguirlo. Uscirono dalla sala di regia e scesero una scaletta al termine di un corridoio. Si trovarono in uno scantinato buio e molto ampio. Si potevano intravedere le pareti di una sala vuota con al centro un tavolo e su questo una figura indistinta. All’improvviso, con uno schiocco, si accesero le fotoelettriche tutt’intorno e la sala si illuminò: sul tavolo ora si poteva vedere una figura umana coperta da un lenzuolo.
«Lei voleva qualcosa di più» disse De Giorgis nei pressi del tavolo.
Senza aggiungere altro, di scatto tolse il lenzuolo e scoprì il corpo. Il direttore riconobbe subito il Presidente, era il corpo nudo del Presidente! Solo che, con raccapriccio, vide un braccio, il ventre e parte della testa completamente privi di pelle. Al di sotto si potevano vedere cavi elettrici, barre d’acciaio e attuatori pneumatici.
De Giorgis disse con orgoglio: «Quando sarà completo, nessuno potrà accorgersi della differenza.»
«È incredibile! È... è fantastico! Chi ne è a conoscenza?»
«Io, lei e il mio allievo di Redipuglia» rispose il professore.
Mentre De Giorgis, estasiato, continuava ad ammirare la sua stessa opera, il direttore si rese conto delle notevoli potenzialità di quell’androide. Quindi prese il cellulare con mano tremante e gli disse: «Annulla la promozione per il ragioniere e...», si ricordò in quell’istante che De Giorgis lo stava ascoltando, «e... mandalo in ‘licenza premio’ nello stesso posto dove è andato l’altro ragioniere capo.»
Il telefonino rispose bip-bip.
F I N E

Ufficio timbri

Fantaparodia, 1600 caratteri, versione 1.0


UFFICIO TIMBRI
di
Leonardo Boselli


Anatolj Zaitsev lavorava da quasi 50 anni all’ufficio timbri dell’Anagrafe di Uralik, il capoluogo della regione. Prendeva servizio alle otto del mattino e per otto ore timbrava ogni genere di certificato: di nascita, di assunzione, di matrimonio, di licenziamento, di divorzio, di morte. Ogni documento aveva un timbro apposito, che gli attribuiva la necessaria validità, e lui aveva sviluppato una naturale predisposizione a scegliere quello giusto. Per questo il Partito lo aveva selezionato per quel lavoro.
Un giorno Anatolj calcolò che nella sua vita aveva apposto quasi mezzo miliardo di timbri, anzi arrivò a stabilire il giorno e l’ora esatta in cui avrebbe stampigliato il suo cinquecentomilionesimo: sarebbe avvenuto quel venerdì. Gli era proibito leggere le carte, doveva solamente determinarne la natura dall’intestazione e scegliere la stampigliatura corretta, ma per quell’unica volta nella sua vita si ripromise di leggere quel fatidico documento.
Il mattino del venerdì fremeva nell’attesa, finché non arrivò l’ora cruciale. Subito afferrò la carta che aveva appena steso sul tavolo e ne lesse avidamente il contenuto: “Richiesta di pensionamento forzato per Anatolj Zaitsev. La dirigenza ordina le dimissioni dell’impiegato per raggiunti limiti d’età e ne suggerisce il trasferimento in una casa di riposo presso Kalingrad in Siberia.
Per la prima volta, dopo 50 anni di servizio, Anatolj distrusse un documento invece di timbrarlo. Gli capitò solo quella volta, mai più fino alla morte, che avvenne serenamente dopo altri vent’anni di servizio.

F I N E

Il dr. Home e il delirio del Presidente

Fantaparodia surreale, 28214 caratteri, versione 1.7


IL DELIRIO DEL PRESIDENTE
di
Leonardo Boselli



Ogni riferimento a persone e cose esistenti nella realtà o
a fatti veramente accaduti è da ritenersi del tutto casuale.

“Dopo le ultime fatiche causate dai lavori parlamentari e dall’attività di governo, il Presidente si è concesso alcuni giorni di vacanza per riposare ed effettuare il suo consueto check-up periodico.”
I comunicati ufficiali non aggiungono altro: poche righe relegate nelle pagine interne dei giornali. Ecco, invece, quello che è accaduto veramente.


Il Presidente stava riposando sul letto della sua stanza d’ospedale. Gli amici più cari, radunati intorno a lui, gli tenevano compagnia, scherzando, ridendo e ricordando i vecchi tempi.
A un tratto entrò nella camera il suo medico personale, il quale, con un cenno, invitò i presenti ad allontanarsi. Questi, salutando, lasciarono la stanza.
Il medico era molto preoccupato. Prima di parlare, alzò ancora una volta la lastra che teneva in mano e la osservò con attenzione contro la luce di un neon.
Il Presidente, che fino a quel momento aveva ostentato la sua solita allegria, si fece scuro in volto e chiese preoccupato: «Cosa c’è? Qualcosa non va?»
«Non ne sono certo,» rispose il medico, «c’è solo una macchiolina nel cervello. All’ultimo check-up avevo pensato che fosse un falso positivo, ma ora è più evidente.»
«Che cosa significa? Può essere grave?»
«Non sono un esperto nel campo, sono un cardiologo. Qualcosa c’è, ma occorre uno specialista.»

I primari di neurologia e di oncologia dell’ospedale furono chiamati d’urgenza. Di fronte alla lastra rimasero perplessi; ordinarono una TAC, una risonanza e altri sei tipi diversi di analisi ciascuno, ma era chiaro che non avevano idea di cosa potesse trattarsi. Fecero inoltre i nomi di alcuni esperti che era opportuno chiamare a consulto, ma non riuscirono a mettersi d’accordo su quale fosse la specializzazione più adatta a chiarire se ci fosse o meno un problema.
Il Presidente, già esasperato per essere relegato in un letto d’ospedale, mal sopportava di non avere la situazione sotto controllo, così sbottò dicendo: «Ci penso io. Voglio il miglior diagnosta al mondo.»
«Certo,» disse il primario di neurologia, «tutti i medici che abbiamo citato sono dei luminari nel loro campo.»
«No,» replicò perentorio, «io voglio il migliore. Chiamatemi il dottor Home! Non importa quanto costa, me lo posso permettere. Chiamatelo! Anzi, convocate l’intera equipe!»
Il primario, balbettando, tentò di obbiettare: «Il... il dottor Home? Ma...»
Lo interruppe il medico personale: «Certo, certo. Come abbiamo fatto a non pensarci prima. Il dottor Home, sicuramente!» e così dicendo trascinò i colleghi fuori dalla stanza.
Chiuse la porta e spiegò: «Scusate, ma quando fa così, bisogna assecondarlo. Devono essere gli effetti di quella macchiolina: sembra causare delirio d’onnipotenza e difficoltà nel distinguere la realtà dalla fantasia. Può affermare con certezza qualcosa e, dopo poco tempo, sostenere esattamente il contrario con altrettanta convinzione, per giunta dimenticando che prima la pensava in un altro modo.»
Uno dei primari commentò preoccupato: «Te n’eri già accorto? Perché non hai informato chi di dovere? Se quello che sostieni è vero, non si può lasciare la guida del paese nelle mani di una persona così instabile.»
«Pensi che non abbia detto nulla? L’ho fatto presente! L’ho comunicato al ‘grande vecchio’, ma lui mi ha fatto capire che la situazione era sotto controllo, e comunque vi consiglio di tenere riservata questa confidenza: può essere molto pericoloso rivelare certi segreti. Da me non avete saputo niente.»

Nel frattempo, i più stretti collaboratori del Presidente erano in agitazione. La richiesta era precisa: bisognava convincere il famoso dottor Home a prendere in esame un caso che poteva non interessargli. Di per sé l’impresa era già titanica, ma diventava impossibile se si considerava che il dottor Home era solo il personaggio immaginario di una serie televisiva, un ‘medical thriller’.
Gli esperti dell’unità di crisi non riuscivano a trovare una soluzione accettabile. Per il momento il Presidente era confinato nella sua camera, ma se fossero trapelate le sue pazzesche richieste, le conseguenze per il governo sarebbero state catastrofiche.
La situazione si sbloccò quando il più recente acquisto dell’unità, un ragioniere appena diplomato, propose la sua idea con la spavalderia della gioventù: «Il Presidente vuole il dottor Home. Pensavamo che dopo qualche ora avrebbe cambiato idea, ma insiste. Non resta che assecondarlo. Diamogli il dottor Home!»
Gli altri membri dell’unità si guardarono esterrefatti, convinti ormai che quella forma di pazzia fosse contagiosa. Il ‘grande vecchio’, che era presente alla riunione e aveva ascoltato tutto, interruppe la discussione e disse: «Giusto! Diamogli il dottor Home!» e, mentre usciva dalla sala, camminando appoggiato al suo bastone, aggiunse: «Il ragazzo ha delle buone idee. Promuovetelo ragioniere capo.»

Non fu facile convincere Kate Jacobsen, la produttrice esecutiva della serie “Dr. Home - Medical Division”, a interrompere le riprese della decima stagione, che ormai erano in pieno corso. Non si trattava solo di una questione di denaro, ma anche di scadenze da rispettare. Dopo notevoli pressioni, la produzione decise di lasciar partire una parte del cast: Dough Lauren, l’interprete del dottor Home; Leonard Roberts, che recitava la parte di James Milson, un oncologo suo amico; e infine, Omar Eggs e Paul Jacobs, rispettivamente Eric Loreman e Chris Daub, due membri dell’equipe del dottore.
Il costo fu notevole; il solo Dough Lauren guadagnava 400 mila dollari a episodio. Poiché la richiesta era così particolare, la produzione pretese l’anticipo di buona parte dell’onorario e l’accensione di un mutuo per il resto. Fortunatamente, il sistema sanitario nazionale prevedeva che queste prestazioni fossero per intero a suo carico e perciò non fu un problema reperire i fondi.
Quella sera stessa l’aereo presidenziale decollò dal New Jersey e sorvolò l’oceano. Il mattino dopo i quattro attori erano già pronti per prendere servizio in ospedale.

* * *
Chris Daub ed Eric Loreman si ritrovarono di fronte alla porta a vetri dello studio di Home su cui era riportata la scritta ‘Dr. Jeremy Home – MD’.
«Però! Hanno fatto le cose per bene, è tutto come sul set» disse Daub.
Loreman aggiunse: «È perfino troppo realistico. Senza la confusione della troupe e le telecamere, mi sento a disagio.»
Entrarono nello studio. Home, James Milson e il medico personale del Presidente stavano già conversando. Daub indossava il camice, mentre Loreman e Milson erano in giacca e cravatta.
Anche Home aveva la giacca, ma senza cravatta, e la camicia aperta mostrava una t-shirt blu. Era seduto alla scrivania e giocherellava con il bastone che usava per camminare, come richiedeva la menomazione alla gamba del suo personaggio. Dough Lauren era immediatamente entrato nella parte.

Il medico del Presidente si era appena presentato. «È un grande onore conoscerla, dottore. Ho seguito tutte le puntate del suo telefilm e le trovo molto istruttive» disse tendendo la mano.
Home, facendo roteare il bastone con la destra, gli rispose: «Ti ringrazio per il benvenuto e ti stringerei volentieri la mano, se la mia non fosse occupata.»
Il medico rimase perplesso e, osservando gli assistenti che erano appena entrati, aggiunse: «Benvenuti! Sono molto contento che abbiate accettato di darci... ehm, una mano per risolvere il nostro problema. Troverete tutta la documentazione in questi faldoni» disse indicando una pila di cartelle, «e il paziente è a vostra disposizione per le visite. È impaziente di conoscervi.»
«Carina questa!» ironizzò Home. «A quanto pare il paziente è impaziente, che sottile senso dell’umorismo.»
Milson, sorvolando sulla battuta, disse: «Grazie di tutto. Ora ci riuniremo per discutere il da farsi. Se avremo bisogno la chiameremo.»
Il medico sembrava titubante a uscire dallo studio. Dopo qualche istante si decise ed espose quanto gli stava a cuore: «Prima di lasciarvi, volevo sottoporvi un mio piccolo problema personale.»
Home smise di far roteare il bastone e replicò: «Ci piacerebbe tanto risolverlo, ma non siamo ginecologi.»
Milson, dopo aver lanciato un’occhiataccia a Home, rispose: «Ci dica, saremo felici di esserle d’aiuto.»
Il medico prese coraggio e iniziò a raccontare. Mentre parlava, Home aveva l’aria di un uomo la cui pratica della misantropia, ormai esercitata da una vita, era prossima al conseguimento della massima perfezione.
«Ecco, ho questo dolore...»
«Un momento,» lo interruppe Home, «facciamo un passo alla volta. Sei malato?»
«Beh, non lo so, era appunto per questo...»
«Non divagare, non ho tutta la giornata. Ho fatto una domanda molto semplice, sei malato sì o no?»
«Penso di sì.»
«È già qualcosa. E quali sono i sintomi?»
Il medico iniziò a elencare: «Bene, ho un terribile mal di testa, la mia schiena mi sta uccidendo, ho problemi nel camminare ed è comparso anche un fastidioso bubbone sotto l’ascella destra.»
Milson e gli assistenti si guardarono allarmati, mentre Home con tranquillità disse: «Non ti preoccupare, sarai morto entro un mese. Quando capiterà, non sentirai più dolore.»
Il medico, più sorpreso che preoccupato, protestò: «Speravo in qualcosa di più ottimistico!»
«Non lavoro nel ramo della speranza.»
«Ma non mi potrebbe dare qualche suggerimento su come ridurre il dolore, rimanere in vita, o altre cose utili come queste?»
Home sospirò e disse: «Il dolore è un toccasana per l’anima. Ritieniti fortunato.»
«Ma mi permetta di parlarle degli altri miei sintomi.»
«Non farlo, sono sicuramente molto noiosi! Il tuo non è un caso interessante dal punto di vista clinico. Ora lasciaci lavorare.»
Milson, più comprensivo, chiese: «C’è qualcos’altro che possiamo fare?»
«No,» rispose sconsolato, «penso che il dottore mi sia già stato abbastanza utile.»
«Faccio del mio meglio» disse Home, «e chiudi la porta dopo essere uscito.»
Il medico tolse il disturbo e chiuse la porta dietro di sé.

Milson rimproverò Home: «Per 400 mila dollari potevi almeno stringergli la mano.»
«Milson, mi stupisco di te. Sai perché ci hanno chiamati? Perché io sono il dottor Jeremy Home! Perciò devo comportarmi da Jeremy Home. Violerei il contratto altrimenti. Devo fare quello che si aspettano da me. Mi ha teso la mano, ma sapeva che non l’avrei stretta e sarebbe rimasto deluso se l’avessi fatto.»
Allora Loreman intervenne: «Io mi sto chiedendo che cosa ci facciamo qui, mi sento come un pesce fuor d’acqua e non c’è lo straccio di un copione.»
Pure Daub aveva qualcosa da dire: «Anch’io me lo chiedo. Per giunta, sono morto alla fine della nona stagione e ho superato i provini per ‘GSI: Chicago’. Mi sento fuori luogo.»
Milson lo rassicurò: «Non preoccuparti, in questo paese hanno appena iniziato a trasmettere gli episodi della stagione scorsa, per loro sei ancora vivo. Però anch’io non capisco che cosa ci facciamo qui, tutti quanti noi.»
«Ti rispondo io, Milson» disse Home. «Io sono qui perché ho dei vizi molto costosi e devo guadagnare abbastanza per mantenerli. I vizi costosi sono più esigenti delle ex-mogli. Tu invece mi hai accompagnato perché sei un buon amico e non volevi che mi annoiassi qui tutto solo. Loreman è venuto perché non vuole togliermi il piacere di smascherare le sue diagnosi sbagliate, mentre Daub è qui perché... non lo so, perché sei qui Daub? Tu sei morto!»
«La produzione si è privata volentieri di me, visto che non sono più nel cast. Inoltre, le riprese di ‘GSI: Chicago’ iniziano il mese prossimo e perciò sono libero.»
«Bene, ora che tutti sappiamo perché siamo qui,» disse Milson, «come ci regoliamo? Dobbiamo davvero studiare queste cartelle cliniche? Senza copione mi trovo anch’io un po’ a disagio.»
«Non vedo il problema» rispose Home. «Dopo dieci anni di episodi, qualche tecnica di pronto soccorso l’avrà imparata pure Loreman! Per conseguire una laurea in medicina con relativa specializzazione ci vuole molto meno tempo.»
Detto questo, si mise a cancellare la lavagna, mentre gli altri si accomodavano al tavolo occupando i loro soliti posti. Milson prese la lastra dove compariva la macchiolina nel cervello del Presidente e cominciò a osservarla controluce.
Home spronò il gruppo dicendo: «Forza, elencate i sintomi!» e iniziò a scrivere sulla lavagna.
- Manie di grandezza!
- Mania di persecuzione!
- Dice una cosa poi ne fa un’altra!
- Promette cose assolutamente irrealizzabili!
- Si convince di aver mantenuto le promesse fatte!

Home si fermò a riflettere e disse: «Noi, anche noi siamo un sintomo. Crede che il dottor Home esista davvero. Confonde la realtà con la fantasia. Ma ci dev’essere ancora qualcos’altro che non riusciamo a vedere. Servono delle analisi. Cosa proponete?»
Loreman azzardò: «Per me è sifilide. Ho sentito dire che il Presidente conduce una vita sessuale sregolata. La sifilide porta alla pazzia e tutti i sintomi la confermano.»
«Deve sperare che la sia, perché è curabile» disse Home. «Tu, che hai dei trascorsi da scassinatore, andrai a casa sua e la perquisirai. Ogni indizio può essere determinante.»
Era il turno di Milson. «Potrebbe essere un falso positivo. Io propongo di rifare la TAC.»
«Sei tu l’oncologo. Una macchia è sempre una macchia, ma è meglio che si trovi sull’obbiettivo piuttosto che nel cervello. Ti occuperai della TAC.»
Infine, venne il turno di Daub. «L’unica cosa che mi viene in mente è che sia un tumore maligno con metastasi nel cervello non ancora diffuse nel resto del corpo.»
«Questa diagnosi non serve a nulla,» commentò Home, «perché, se fosse corretta, non ci sarebbe più niente da fare. Quell’incompetente del medico personale ha sottovalutato i segnali d’allarme e ora potrebbe essere troppo tardi. Ma io escluderei la tua ipotesi, perché manca un sintomo: l’alopecia androgenetica da cui il Presidente non è assolutamente affetto, visto che ha ancora una folta capigliatura.
Aiuterai Milson con la TAC. Io invece rimarrò qui a guardare la TV: a quest’ora trasmettono le repliche della prima stagione del dottor Home, per giunta doppiate nella lingua locale, un vero spasso!»
I collaboratori uscirono dallo studio, ognuno con il suo compito da svolgere. Home rimase solo e ripeteva tra sé e sé: «Manca un solo sintomo, l’alopecia androgenetica...»

* * *
Daub si trovava accanto alla macchina della TAC vicino al Presidente, che era disteso sul lettino, pronto per essere introdotto nel solenoide. Nella saletta di controllo, assistevano all’esame il ‘grande vecchio’, sempre appoggiato al suo bastone, il medico personale del Presidente e il giovane ragioniere appena promosso ragioniere capo, mentre Milson era seduto di fronte ai monitor.
Daub chiese: «Presidente, ha qualche oggetto di metallo addosso, oppure chiodi nelle ossa, o otturazioni?»
Il Presidente lo osservò, sfoderò un sorriso che sembrava composto da 36 denti e disse con tono affabile: «Dottore, le sembra che con questo camicione io abbia la possibilità di nascondere oggetti metallici? Per il resto non ho fratture chiodate e i miei denti sono impianti in pura ceramica.»
«Vedo,» disse Daub, «lo chiedevo solo perché la TAC...»
«Io, invece, mi domandavo perché un professionista del suo calibro insiste a voler lavorare per il dottor Home. Non mi pare che dimostri di apprezzare le sue qualità, mentre, a quanto mi risulta, lei era uno stimato chirurgo plastico.»
«Sì, è così, però...»
«Secondo lei, c’è qualcosa che potrei migliorare nel mio aspetto? Ho 77 anni, anche se non li dimostro per niente, e i miei concorrenti politici sono molto più giovani di me. Devo sostenere una competizione serrata. Cosa ne pensa?»
Daub rifletté per qualche istante, pensava che il Presidente avrebbe potuto essere malato in modo serio, ma continuava a preoccuparsi solo per il suo aspetto esteriore; era proprio vero che il mondo della politica era tutta apparenza e nessuna concretezza. Poi si scosse e disse: «Non lo so, Presidente. Lei, dal punto di vista fisico, mi sembra in piena forma. Dal lato estetico, forse le orecchie, sì le orecchie sono un po’ sproporzionate.»
«Le ho già fatte sistemare. Mi hanno assicurato che di più non si può fare.»
«Allora, l’altezza» ritentò Daub. «Si potrebbero segare i femori e, mediante l’inserimento di spessori in osso anti-rigetto, si recupererebbero fino a 10 centimetri.»
«È un’operazione che si può ripetere più volte?»
«No.»
«Anche questa l’ho già fatta» ammise con amarezza. Poi cambiò discorso: «Quando potrò vedere il dottor Home? Sono impaziente di conoscerlo di persona.»
Intervenne Milson attraverso l’interfono: «Se è pronto, Presidente, cominciamo l’esame. Deve rimanere immobile per i prossimi dieci minuti.»
Il lettino cominciò a scivolare all’interno del solenoide.
«Se dovesse provare un senso di claustrofobia, è sufficiente che faccia un cenno e interromperemo subito l’esame.»

Mentre la macchina cominciava l’analisi, Home entrò nella saletta di controllo. «Come stiamo andando?»
«Abbiamo appena iniziato» rispose Milson.
Home notò il ‘grande vecchio’, che osservava tutto in disparte, e pensò che avesse un gran bel bastone, in fibra di carbonio e inserti in titanio, molto più leggero del suo; aerografato a dovere sarebbe stato perfetto.
All’improvviso entrò anche Loreman, tutto trafelato.
«Cos’è successo?» chiese sorpreso Home. «Sembra che tu sia stato rincorso da una muta di rottweilers.»
Loreman era infuriato. «Questa è l’ultima volta che ispeziono l’abitazione di un paziente per te! Prima ho dovuto scoprire dove abita il Presidente. Nel paese possiede 18 ville principesche e nove palazzi faraonici, mentre per quanto riguarda l’estero le cifre vanno raddoppiate, senza contare i cinque mausolei. Così ho scelto la residenza più vicina. Mi sono introdotto nottetempo dall’entrata secondaria come facciamo sempre, ma sono stato immediatamente illuminato dalle fotoelettriche, è comparso dal nulla un reggimento di teste di cuoio, e una muta di rottweilers mi ha inseguito per chilometri. Sono vivo per miracolo!»
«C’è un lato positivo: quando qualche studente ti dirà che ha scelto medicina perché fare il medico è un lavoro tranquillo, beh, avrai qualcosa da raccontare.»
Il ‘grande vecchio’ intervenne: «Perché non avete chiesto le chiavi? Non ci sarebbero state obiezioni.»
«Avreste fatto sparire gli indizi più compromettenti,» rispose Home, «mentre noi dobbiamo scoprire come stanno veramente le cose. I pazienti hanno una strana abitudine: mentono sempre e, se hanno qualcosa da nascondere, la nascondono. Ironia della sorte, è proprio ciò che nascondono che li fa stare male.»
Il ‘grande vecchio’ commentò sarcastico: «Questo vale anche per i politici: celano ciò che sono in realtà, perché la verità fa perdere loro voti, ma è proprio quello che sono che fa stare male il paese.»
Poi continuò: «Io non ho problemi a mostrarmi per ciò che sono: un vecchio di 97 anni. Il mio corpo cade a pezzi, ma il cervello è ancora pronto e reattivo come quello di un settantenne. L’ho sempre tenuto allenato; ho tramato nell’ombra per decenni, ho manovrato come marionette tutti questi politici senza talento, queste belle facciate imbiancate che sono utili solo per rastrellare i voti degli allocchi.
Consideriamo il Presidente. La sua vita è tutta apparenza. Ha fatto da prestanome sin da quando ha iniziato la sua attività d’impresario. Risulta multi-miliardario, ma in realtà i suoi soldi appartengono ad altri. Si fa sorprendere in compagnia di stuoli di belle donne come se non ne potesse fare a meno, ma da anni non ne sente più il bisogno. È anziano, ma vuol sembrare giovane e così si è sottoposto a molti generi di tortura: si è fatto allungare i femori per essere più alto, ma non gli basta e usa scarpe col tacco rialzato; aveva un bel sorriso a 32 denti, in ceramica, ma gli sembravano pochi e ne ha fatti aggiungere quattro; ha fatto rimuovere borse e zampe di gallina con la chirurgia estetica, ma teme che si vedano ancora e si spalma cerone a volontà; ha nascosto la calvizie con un trapianto di capelli sintetici, ma...»
Home lo interruppe: «Capelli trapiantati?»
A quel punto, Milson disse: «Analisi terminata. Ora...»
«Ora si vedono quattro macchie» disse Home completando la frase.
Milson stupito chiese: «Come fai a saperlo?»
«L’alopecia androgenetica: il sintomo mancante, la calvizie. Associata agli altri rende la diagnosi evidente: il Presidente ha pochi giorni di vita.»
Quindi Home premette il pulsante dell’interfono: «Daub, avevi i capelli sintetici a mezzo metro e non te ne sei accorto? Ma che razza di chirurgo plastico sei? Ti licenzio! Anzi, come non detto, dimenticavo che sei già morto!»
Daub scosse le spalle come per dire: “Non sono un vero chirurgo estetico, sono solo un attore, e poi adesso sono nel cast di ‘GSI: Chicago’.”
Il medico personale chiese: «Allora non c’è più nulla da fare?»
«Sì,» disse Home, «si potrebbe radiarti dall’albo! Se fosse stato diagnosticato in tempo, poteva bastare una sonda per sistemare tutto, ma adesso si è troppo diffuso. Per ora è solo nel cervello, ma presto interesserà gli altri organi. Un paio di giorni e poi...»
Milson confermò: «Purtroppo, come oncologo... beh sì, interpretando un oncologo, non posso che confermare la diagnosi di Home. Lo comunicherò io al paziente, ci sono abituato. Non c’è davvero più nulla da fare.»
Il giovane ragioniere, che era rimasto in disparte e aveva ascoltato tutto, intervenne: «Non si potrebbe eseguire un trapianto di cervello?»
Home e Loreman risero, mentre Milson spiegò con pazienza: «Un trapianto di cervello non presenta difficoltà insormontabili al giorno d’oggi, neppure per quanto riguarda il possibile rigetto, ma non si risolverebbe nulla trapiantando il cervello malato in un corpo sano.»
Il ‘grande vecchio’, che aveva seguito la spiegazione in silenzio, lo interruppe: «Questo ragazzo è un genio! Quello che ci vuole è proprio un trapianto di cervello! Da questo momento siete tutti vincolati al segreto di Stato e sottoposti alla legge marziale. Non dite nulla al Presidente e preparate la sala operatoria!»

* * *
La sala operatoria era stata allestita. L’ingresso era presidiato da guardie armate. Tutto si stava svolgendo nella massima segretezza, come aveva disposto il ‘grande vecchio’.
Home osservava la sala dall’alto. Poteva vedere i lettucci bianchi su cui erano distesi i due pazienti. Su uno di essi giaceva il Presidente. Chissà cosa gli avevano raccontato per convincerlo, forse che era possibile una nuova riduzione delle orecchie? Quella situazione non gli piaceva per niente, ma allo stesso tempo era eccitato e voleva assistere all’operazione: non gli era mai capitato di seguire un vero trapianto di cervello.
Al piano di sotto, nell’anticamera della sala operatoria, Loreman, Daub e Milson si stavano preparando.
Daub era preoccupato: «Perché proprio noi?»
Milson cercava di rassicurarlo: «Vogliono che tutto rimanga ristretto al minor numero di persone possibile. Il tempo stringe e non c’è nessuno abilitato a questo genere di operazioni in tutto il paese.»
«Noi invece lo siamo?» chiese Daub, ma la sua era una domanda retorica.
Invece Loreman, che aveva appena finito di prepararsi e indossava un camice verde, guanti in lattice e bandana, disse con orgoglio: «Io sì. Sono qualificato. Nella settima stagione ho assistito proprio a questo tipo di operazione.»
«Ma sei impazzito? Era per finta, non sei un vero medico, né tanto meno un chirurgo!»
«Certo,» disse Loreman, «avremmo dovuto portarci Chase: è lui il chirurgo dell’equipe. Io comunque gli ho fatto da assistente durante il trapianto di cervello della settima stagione. Sapete come ci tengono i produttori esecutivi al realismo della serie; mi avevano fatto seguire un corso di ben due settimane!»
Milson interruppe il battibecco: «È inutile litigare, ci tocca. Chase non c’è, e forse è meglio perché ha il vizio di far fuori i dittatori. Il tempo stringe e dobbiamo arrangiarci. Loreman che è più pratico eseguirà il trasferimento, io assisto e tu, Daub, ti occuperai dell’anestesia. Home, invece, farà il tifo al piano di sopra. Andiamo!»
Home vide i tre chirurghi entrare nella sala. Prima iniziarono a preparare il Presidente. Daub monitorava l’anestesia, mentre Loreman radeva i costosi capelli sintetici. Poi presero la sega circolare e... ma questi particolari tecnici non sono interessanti, fatto sta che il cervello malato fu rimosso e riposto nel congelatore, mentre un’apparecchiatura di supporto manteneva il corpo in vita.
Ora toccava al secondo paziente. Si avvicinarono al lettuccio su cui giaceva il donatore addormentato dall’anestesia.

Home aveva cercato di dissuaderlo. Era un’operazione difficile e il suo corpo malandato non sarebbe sopravvissuto, ma il ‘grande vecchio’ era stato irremovibile. Era quella l’unica soluzione: avrebbe donato il proprio cervello affinché il Presidente potesse vivere e continuare la sua opera. Nessuno poteva sostituirlo meglio di lui, perché erano decenni che ne guidava le scelte. Dopo tanto tramare nell’ombra, avrebbe agito in prima persona, senza dover manovrare i fili di una marionetta inanimata che, per giunta, lo metteva spesso in imbarazzo con i suoi comportamenti al di sopra delle righe.
Milson, con voce tremante, chiese a Loreman: «Sei pronto? Da questo punto in poi non si può più tornare indietro. Ripetimi come farai a eseguire i collegamenti senza commettere errori.»
«Questi sono particolari tecnici di cui non devi preoccuparti, basta fare attenzione ai codici colorati delle connessioni.»
Milson non osò chiedere altro.
L’operazione durò undici ore, fino al mattino seguente. Al termine, riposizionate le calotte, Daub procedette alla rianimazione dei pazienti, mentre Loreman si accasciava su una sedia, distrutto.
Per il ‘grande vecchio’, però, non ci fu nulla da fare. Il suo fisico debilitato non aveva retto allo stress dell’operazione e ne venne dichiarata la morte. Il Presidente invece aveva ripristinato le funzioni vitali in modo autonomo.

Ore dopo, nel reparto di terapia intensiva, gli infermieri si agitavano intorno al letto del Presidente. Erano presenti anche alcuni suoi amici intimi.
Uno di questi conversava sottovoce con Home: «Il Presidente rimarrà sconvolto dalla notizia. Lui e il ‘grande vecchio’ erano così legati! La sua dipartita ci ha colti di sorpresa. Morire così a soli... beh sì, aveva 97 anni, ma li portava bene... beh, diciamo che li portava. Il Presidente invece è stato fortunato, la rimozione della cisti benigna sembra che abbia un decorso positivo.»
A un tratto, il Presidente riprese conoscenza e si guardò intorno. Ci volle qualche minuto, ma sembrava riconoscere i volti senza difficoltà. Quando vide Home, sorrise con i suoi 36 denti e disse, con una voce ancora impastata dall’anestesia: «Signori, lasciateci. Devo parlare con il dottore.»
Rimasti soli, Home si sedette sul bordo del letto e chiese: «Come va?»
«Ho un cerchio alla testa, ma mi sento vent’anni di meno» rispose sempre sorridendo.
«Prova a muovere la mano destra.»
Dopo qualche istante, riuscì a muovere la sinistra.
«Non ti preoccupare, può succedere. È questione di alcune connessioni intrecciate, ma con qualche seduta di fisioterapia tornerà tutto normale.»
«Non so come...»
«Niente ringraziamenti. Questo era l’unico modo per salvare la vita al Presidente: qualcuno si è dovuto sacrificare. Non è da tutti avere una seconda occasione, non sprecarla.»
Poi, dopo aver riflettuto per qualche secondo, disse: «Ho, però, due richieste.»
«Tutto quello che vuoi.»
«La prima è da parte di Daub: ha paura di doversi guardare le spalle per tutto il resto della sua vita. In effetti, qualche timore ce l’ho anch’io. Nessuno ha saputo della sostituzione, a parte noi. Il fatto che il medico personale e il ragioniere capo non si siano più visti in giro ci preoccupa un po’, perché anche loro sapevano.»
«Non dovete temere. Il medico aveva sbagliato e ha dovuto pagare. La sua negligenza poteva avere gravi conseguenze, o meglio le ha avute, ma ci abbiamo messo una pezza. Il giovane, invece, era intelligente, troppo intelligente, forse anche più di me. Meglio non correre rischi. Ma voi potete stare tranquilli, se anche ne parlaste con qualcuno, chi mai vi crederebbe?»
Quindi domandò: «Qual è la seconda richiesta?»
Home voltò lo sguardo verso un angolo della stanza; laggiù era appoggiato il bastone del ‘grande vecchio’.
Il Presidente capì: «Home, prendilo pure. Te lo regalo, a me non serve più.»

F I N E

Ogni dieci secondi

Thriller, 19993 caratteri, versione 1.0


OGNI DIECI SECONDI
di
Leonardo Boselli


Mike Wilson era seduto al tavolo della cucina e stava pulendo la sua pistola d’ordinanza, una Beretta 90two. Dopo averla smontata, lubrificò con cura le guide di scorrimento e le sedi delle parti mobili del carrello; poi versò qualche goccia di solvente e passò più volte uno scovolo nell’anima della canna.
«Sembri mamma quando lava le orecchie a Tommy» disse Jennifer ridendo.
Mike si voltò e vide sua figlia che lo stava osservando. «Jenny, credevo che fossi in camera tua».
«È quasi ora di cena e devo preparare».
«Allora tolgo subito il disturbo» disse, e rimontò in fretta l’arma: sua moglie non voleva che maneggiasse la pistola quando c’erano i figli in giro. Terminato l’assemblaggio, inserì i proiettili nel caricatore.
Jennifer, che aveva osservato con attenzione tutti i pezzi sparsi sul tavolo, chiese: «Papà, perché quella pallottola ha la punta rossa?»
«Questa? Perché è a salve; vuol dire che fa solo tanto rumore».
«So cosa significa, ma se non è pericolosa, a che ti serve?» chiese ancora più incuriosita.
«A fare tanto rumore» ripeté Mike sorridendo, e inserì quell’ultimo proiettile nel caricatore. «Dai, prepara la tavola. Tra poco la mamma sarà qui», e le scompigliò la frangetta bionda con una mano.
Lei si ritrasse e protestò: «Papà, smettila! Non trattarmi come una bambina, non la sono più da un pezzo», ma per lui era inconcepibile che la sua Jenny avesse già quindici anni.

* * *
Jim Daniels era seduto a gambe incrociate sul suo letto. Stava tentando di studiare storia da un’ora, ma capì che non avrebbe mai superato il test fissato per il giorno dopo, così scagliò il libro sul pavimento; quindi prese un fagotto che aveva nascosto nel cassetto del comodino e lo aprì. Di fronte a lui, sul fazzoletto disteso, era appoggiata una pistola, una Beretta 92, con due caricatori da dieci colpi. Era bellissima, a parte l’abrasione del numero di serie.
Passò le dita sul calcio, poi lo impugnò, inserì con decisione uno dei caricatori e fece scorrere il carrello, come gli aveva mostrato il tizio che gliel’aveva venduta.
In quell’acquisto aveva investito il computer che gli era costato le mance di un’estate.
Si alzò dal letto e si guardò allo specchio. Si vide in calzoncini e t-shirt; un ragazzo come tanti altri di cui notava soltanto i difetti: le gambe lunghe e secche, e quella testa di capelli sopra le spalle strette. Quindi iniziò una pantomima che aveva provato tante volte.
«Ehi, tu, stronzo!» si disse.
«Dici a me? No, dico... dici a me? Eh, sì; non ci sono che io qui» si rispose, quindi di scatto tese il braccio e puntò la pistola all’immagine nello specchio. «Vaffanculo figlio di puttana. Che fai? Non parli più? Ti sparo in quella testa del...»
«Jim, stupido incapace! Dove sei? È pronto da mezz’ora!» sentì gridare dal piano di sotto.
Abbassò il braccio. Lo aspettavano per la cena. Intorno al tavolo poteva immaginare sua madre che taceva in un angolo, la sorellastra che lo avrebbe provocato per tutta la durata del pasto, e il patrigno che, con disprezzo, gli ricordava in ogni momento quanto fosse stupido e debole.
Non aveva mai avuto il coraggio di affrontarli, ma in quel momento non si sentiva né stupido, né debole.
* * *
Quella mattina Mike si stava recando a un sopralluogo. Robert, il detective con cui indagava, era alla guida dell’auto e lo stava ragguagliando sugli ultimi sviluppi del loro caso.
A un certo punto la radio annunciò: “A tutte le unità nei pressi della Jefferson High School. Sparatoria in corso. Un agente ferito. Convergere sull’edificio scolastico”.
«Non è la scuola di tua figlia?» chiese Robert allarmato.
Mike, che aveva già messo il lampeggiante sul tetto, disse: «Presto, torna indietro!»
L’auto, al suono della sirena, fece un’inversione a “U” nel traffico. Erano lontani e non sarebbe stato loro compito intervenire, ma questa volta era diverso. Per tutto il tragitto, Mike tentò più volte di chiamare Jennifer al cellulare, ma non ottenne risposta. Suonava a vuoto.
Quando giunsero alla scuola, la trovarono già circondata e parcheggiarono tra due volanti con i lampeggianti accesi.
Il terreno intorno all’edificio era deserto; si poteva notare solo un corpo disteso sulle scale dell’ingresso, in apparenza senza vita.
Allora Mike chiese ragguagli all’ufficiale di polizia che dirigeva le operazioni.
«C’è stata una sparatoria. Molti studenti sono fuggiti, ma alcuni di loro, forse una decina, sono ancora in ostaggio all’interno. Sembra che il responsabile sia un solo studente. Ora sto aspettando la squadra del negoziatore».
«Le perdite?»
«Uno dei primi agenti accorsi ha provato a entrare, ma è stato colpito non gravemente all’ingresso. Comunque, è riuscito ad accertare che il ragazzo steso sulle scale è morto. Tra gli evacuati c’è un altro ferito leggero, lo trovi laggiù», e indicò un’ambulanza poco lontano.
Mike riconobbe l’insegnante di scienze di sua figlia, al quale un paramedico stava medicando una ferita al braccio, mentre un agente lo interrogava.
«Sono il padre di Jennifer Wilson; mi può spiegare che cosa è successo?»
Il professore, visibilmente scosso, si guardava il braccio e ripeteva: «È stato Jim... l’ha presa male... è colpa mia».
L’agente intervenne: «È in stato di choc, ma la ferita non è grave. Ha riferito di uno studente, Jim Daniels, che si è presentato a scuola con un’arma e ha fatto fuoco più volte. A quanto sembra, non tirava nel mucchio, ma selezionava con cura i suoi bersagli».
L’insegnante continuava a farfugliare: «È colpa mia... quel “D” nel test... l’ha presa male».
«Cosa ne è stato di mia figlia? Ha visto Jennifer Wilson?» gli chiese Mike, mentre continuava a chiamare col cellulare senza ottenere risposta.
«Jennifer Wilson? Jennifer e Jim frequentano entrambi il mio corso... non so dov’è ora».
Il paramedico li interruppe: l’ambulanza doveva partire.

Mike cercò di ricordare chi fosse quel Jim di cui parlava l’insegnante. Non conosceva bene i compagni della figlia, ma gli venne in mente, due o tre mesi prima, un ragazzo strano, con problemi negli studi e in famiglia. Jenny aveva cercato di aiutarlo, ma lui in poco tempo aveva maturato un attaccamento eccessivo, e lei aveva preferito ridurre sempre più i contatti. Però le telefonate a casa si erano fatte insistenti e Mike a un certo punto si era intromesso. Non ricordava più con quali argomenti, ma intervenne in modo molto deciso perché quella persecuzione cessasse. Da quel giorno il ragazzo non si era più fatto sentire, e anche a scuola si teneva a distanza.

Intanto, sul posto era arrivato Tom Scalise, il negoziatore del distretto, con la squadra d’assalto. Sembravano tutti ansiosi di risolvere la faccenda in fretta, prima che intervenissero i federali, e la cosa non piaceva per nulla a Mike, perché non aveva ancora scoperto dov’era Jennifer e se stava bene.
«Ancora nulla?» chiese Robert.
«Non risponde. Potrebbe aver perso il cellulare, però non è a casa, mi avrebbero già avvertito».
Il quel momento squillò il telefonino. La suoneria corrispondeva a Jennifer e il display lo confermava.
«Pronto, Jenny! Dove sei?»
Silenzio.
«Jenny? Come stai?»
Ancora silenzio. Poi una voce maschile disse: «Signor Wilson, Jennifer è qui con me e sta bene».
«Chi parla? Sei Jim? Dove siete?»
Ci fu una lunga pausa.
Tom Scalise, che si trovava nei pressi, intuì la situazione e cercò di farsi consegnare il cellulare; diceva che Mike non era qualificato e, se davvero la figlia era in ostaggio, avrebbe potuto causare dei danni.
Poi la voce riprese: «Se sono Jim? Non so più chi è Jim, ma so chi è Mike Wilson: il grande detective, l’idolo di Jenny; inarrivabile, perfetto, nessun uomo è alla sua altezza, tanto meno un ragazzo».
Detto questo, la comunicazione si interruppe.
«Jim, Jim! Fammi parlare con Jenny», ma ottenne come risposta solo il segnale della linea interrotta.
Tom insistette: «Mike, sei troppo coinvolto. Ti devo chiedere il cellulare. Se dovesse richiamare risponderò io. Lo sai, la procedura è questa. È anche per il bene di tua figlia».
«Non so neppure se è davvero viva» disse Mike senza reagire, e Tom gli prese il telefonino.
Il mondo gli crollava addosso: nella migliore delle ipotesi la sua bambina era nelle mani di uno squilibrato armato; nella peggiore... ma scacciò dalla mente quel pensiero.
* * *
Tom Scalise era arrivato a quell’incarico da negoziatore a fine carriera, ma lo sentiva suo da sempre. Metteva a punto con rapidità un profilo sommario dei soggetti con cui aveva a che fare e, costruendo un rapporto basato sulla credibilità che man mano si conquistava, affinava quel profilo. In alcuni casi, era riuscito a ottenere la liberazione degli ostaggi e la resa dei sequestratori dopo aver promesso l’impossibile, ma senza aver concesso nulla di concreto.
Ora osservava la scena su cui si stava consumando quel crimine. L’edificio della Jefferson High School era a forma di “H” e disposto su due piani. Lungo tutto il perimetro si aprivano ampie vetrate, alcune delle quali oscurate da tende. La palestra e i campi da gioco erano sul retro, mentre il terreno di fronte alla facciata era occupato da un prato ben tenuto. Di fianco all’ingresso, in cima a una lunga asta, sventolava la bandiera, mentre sui gradini giaceva ancora il corpo del ragazzo morto.
Intorno all’edificio, a distanza di sicurezza, erano parcheggiate le auto della polizia, al riparo delle quali numerosi poliziotti ad armi spianate stavano attendendo ordini, mentre ancora più indietro l’assedio era sostenuto dalle troupe televisive.
Tom aveva tentato più volte di comunicare con Jim utilizzando il cellulare, ma non c’era riuscito. Neppure le sollecitazioni col megafono avevano suscitato qualche risposta. Questo lo preoccupava, perché doveva assolutamente stabilire un contatto per fare progressi e sperare di migliorare una situazione già molto compromessa.
Il profilo che aveva ottenuto dal preside non faceva presagire nulla di buono; inoltre, aveva saputo che quel ragazzo assassinato all’ingresso era noto per i suoi atteggiamenti da bullo e di certo Jim ne aveva subito i soprusi.
Sembrava che tutte le uccisioni riferite dai testimoni fossero mirate e che si stesse consumando una vendetta che covava da mesi. Sapeva come finivano queste faccende: con un suicidio al termine di una carneficina.
Un agente si avvicinò e disse: «Tenente, aveva chiesto di rintracciare i genitori del...»
«Sì, la madre può esserci d’aiuto».
«Ho una brutta notizia: a casa del ragazzo hanno trovato tre cadaveri».
Doveva immaginarlo, la vendetta era iniziata molto prima e ora stava giungendo all’epilogo.
In quel momento suonò il cellulare sequestrato a Mike e Tom rispose: «Pronto!»
Silenzio.
«Jim, sono il tenente Scalise della polizia di Los Angeles. Qualunque cosa ti serva puoi chiedere a me».
Ancora silenzio.
«Jim, ascoltami. Io ho l’autorità per trattare. L’importante è che tu non faccia del male ad altre persone. So che hai degli ostaggi. Come stanno? Avete bisogno di...»
«Io voglio parlare con Mike».
«Certo, potrai parlare con Mike. Ti posso concedere tutto quello che desideri, ma tu devi venirmi incontro. Basta un po’ di buona volontà».
«Passami Mike! Passamelo, o ammazzo un ostaggio, uno a caso. Ho già ucciso tante persone, una in più non fa differenza».
Nel frattempo, un tecnico della squadra d’assalto fece capire a Tom che la posizione del cellulare di Jennifer era stata individuata; sulla planimetria della scuola, indicò un’aula che si trovava al secondo piano.
«D’accordo, ti lascio parlare con Mike, però mantieni la calma. Va tutto bene».
Mike prese il cellulare dalle mani di Tom, che si raccomandò con uno sguardo eloquente.
«Jim, sono il padre di Jennifer».
«Signor Wilson, ora voglio che entri nella scuola».
«Tutto quello che chiedi, ma prima libera Jennifer».
Tom si mise le mani sulla testa rasata: era un gesto di disapprovazione nei confronti di Mike, perché avrebbe dovuto chiedere tutti gli ostaggi, per poi trattare.
Il ragazzo rispose: «Credi che io sia stupido, ma ti sbagli di grosso. Se vuoi rivedere Jennifer, devi venire qui».
«Ti prego, fammi prima parlare con lei».
Dopo un lungo silenzio Mike sentì la voce di sua figlia: «Papà, sto bene. Non preoccuparti, Jim non vuole farmi del male».
«Jenny! Stai tranquilla, ti libereremo».
«Non preoccuparti per me. Qui ci sono cinque ragazzini e sono terrorizzati, li minaccia con una pistola, una come la tua...»
Si sentì del trambusto, poi Mike udì nuovamente la voce di Jim: «Vuoi uno scambio? Tu entri e i cinque cacasotto escono, ma se vuoi Jenny devi venire a prendertela».
«Mandali fuori e io entro. Ti do la mia parola».
* * *
Jennifer si trovava seduta sul pavimento dell’aula, con le caviglie e i polsi legati da lacci di plastica. Fino a poco prima, accanto a lei c’erano cinque ragazzini del primo anno che piangevano e frignavano; adesso era sola con Jim. Lui percorreva la stanza a grandi passi e faceva la spola tra la finestra e la porta; all’andata sbirciava tra le lamine orizzontali della tenda, mentre al ritorno guardava il corridoio attraverso il vetro della porta.
«Jim, l’unica via d’uscita è arrendersi».
Disse quella frase con una calma che la sorprese. Credeva di non aver nulla da temere da quel ragazzo; sapeva che le voleva bene, perché le aveva confidato che era l’unica persona che si fosse accorta di lui da quando era nato.
«Jim, hai bisogno d’aiuto. Non eri in te quando hai sparato».
«Sta’ zitta! Tu non sai nulla di me. Ho pianificato tutto e non ho ancora terminato».
Quell’ultima frase gelò il sangue di Jennifer che non osò aggiungere altro. Pensò a suo padre, alla mamma, a Tommy. Pensò a tutte le cose che non aveva ancora fatto, ma sognava di fare. In quel momento le sue certezze crollarono e la vita ora sembrava poter finire; quella fine così evanescente, che prima non esisteva, adesso era talmente reale da potersi toccare.
«Siamo troppo giovani per morire!»
Il ragazzo non rispose, era perso nei suoi pensieri, nel suo piano.
«Jim, mio padre ti può davvero aiutare».
Quella frase fece effetto. La spola tra la finestra e la porta cessò. Il ragazzo la guardò e poi, brandendo la pistola nell’aria, disse: «Tuo padre! Sono tutti uguali, egoisti, pensano solo a loro stessi. Ha temuto che ti portassi via da lui e mi ha minacciato. Allora ho avuto paura e mi sono tirato indietro, ma ora non ho più paura, è sparita, e ti mostrerò chi è davvero tuo padre. Solo io tengo a te veramente».
Jennifer finalmente riuscì a piangere. Si era detta che doveva essere forte, che era necessario mantenere la calma, ma era crollata: pretendeva di essere più grande di quello che era, ma voleva ancora essere una bambina.
Suonò il cellulare. Era Tom Scalise che ringraziava per gli ostaggi rilasciati e chiedeva se lui e Jennifer avevano bisogno di cibo e acqua.
«Non prendermi in giro. Ho un accordo con il signor Wilson». Poi, mentre guardava sconsolato la sua arma, aggiunse: «A proposito, non deve venire disarmato. Voglio che entri con la sua pistola».

* * *
Mike aveva discusso a lungo con Tom. Dopo il rilascio dei ragazzini, doveva consegnarsi al più presto, ma il negoziatore non era d’accordo. Sosteneva che la squadra d’assalto era ormai posizionata e bisognava solo attendere il momento propizio. Infatti, sul tetto dell’edificio, quattro agenti con elmetti e fucili d’assalto stavano fissando le corde per calarsi, mentre altri sei si radunavano nei pressi dell’ingresso.
Allora Mike, piantato in asso Tom, scavalcò le transenne e corse verso la scuola.
Passò accanto ai componenti della squadra d’assalto accovacciati all’ingresso e, senza guardare il corpo steso sulle scale, aprì quel che rimaneva della porta, un telaio dai vetri infranti.
All’interno, lungo il corridoio, c’erano altri due cadaveri e vide cinque bossoli sparsi. Si chiese quanti proiettili fossero rimasti nella pistola del ragazzo. Contò almeno tre colpi a casa di Jim e qui altri cinque sicuri: aveva quasi svuotato un caricatore.
Giunse alle scale e cominciò a salire. La squadra d’assalto lo seguiva discreta come un’ombra; le teste di cuoio strisciavano lungo le pareti e controllavano col fucile spianato ogni aula.
«Jim, dove sei? Sono Mike. Sto salendo!»
Al piano superiore gli si presentò un nuovo corridoio, con altri corpi stesi sul pavimento. Ormai era chiaro che era stato utilizzato un secondo caricatore. Non poteva rischiare, quel ragazzo doveva avere ancora molte munizioni.
Chiamò ancora. «Jim!»
Una porta si socchiuse a metà corridoio, ma non era la stanza che i tiratori scelti stavano tenendo d’occhio. Si doveva essere spostato. Il sergente della squadra si accorse dell’errore e lo comunicò sottovoce, per radio, ai commilitoni sul tetto.
Mike estrasse la sua pistola e la impugnò per la canna, tenendola bene in vista, e giunse di fronte alla porta aperta di una stanza semibuia.
«Finalmente sei arrivato» disse Jim, nascosto all’interno.
Il sergente, la schiena alla parete, si accovacciò di fianco alla porta, seguito a breve distanza dal resto della squadra.
La voce continuò: «Appoggia la pistola per terra e spingila dentro con un calcio, poi togliti il giubbotto antiproiettili e fai un giro su te stesso».
Mike si chiedeva perché volesse la pistola. Forse aveva esaurito i proiettili e se gliel’avesse consegnata l’avrebbe riarmato, ma non vedeva alternative.
«Prima voglio sentire se Jennifer sta bene».
«È qui. Le ho messo del nastro adesivo sulla bocca. Mi dava noia e ora deve solo ascoltare».
Fece quello che gli aveva detto il ragazzo, mentre a gesti il sergente cercava di dissuaderlo, ed entrò nella stanza semibuia. La sua pistola era sparita.
«Inginocchiati, le mani sulla testa», e Mike eseguì. Poi Jim continuò: «Hai una bella pistola, è come la mia. Sai, avevo esaurito i colpi. Non sono molto bravo, avevo calcolato che due caricatori potessero bastare, ma ho dovuto sparare più volte su ogni bersaglio. Purtroppo l’insegnante di scienze mi è sfuggito, ma con un proiettile in più anche lui avrebbe avuto ciò che si meritava».
«Jennifer non c’entra nulla, lasciala andare, ti prego» disse Mike supplicando.
«Ti ricordi cosa mi hai detto al telefono due mesi fa?»
Mike non rispose.
«Che se avessi importunato ancora tua figlia mi avresti sistemato, che tu lavoravi in polizia e conoscevi tanti metodi per togliermi di mezzo. Ma soprattutto mi hai detto che ero un incapace e che tua figlia non doveva perdere tempo con uno come me. Allora ti ho creduto, ma poi ho capito: non volevi che te la portassi via e lei ti vuole troppo bene per contrariarti».
Durante quel discorso, Mike aveva lentamente voltato la testa e poteva vedere, a pochi metri da lui, il ragazzo che gli puntava la pistola. Un po’ più in là c’era Jennifer, stesa sul pavimento e immobilizzata dai lacci, dal nastro adesivo e dalla paura.
Jim riprese fiato, poi continuò: «Vedi, io ti ammiravo. Jenny mi raccontava tutto di te, di quello che sapeva del tuo lavoro, della tua pistola d’ordinanza, tutto. Ma ora dimmi, chi è l’incapace? Chi non ha saputo difendere sua figlia?»
Mike rispose: «Io, Jim. Io».
«Chi ha il potere? Chi può toglierti di mezzo?»
«Tu, Jim. Tu hai il potere».
«Sì, ora ho un caricatore intero, ma nel piano originale mi sarebbero bastati tre colpi: uno per te, uno per Jenny e uno per me».
Seguì un silenzio che sembrò eterno. Mike pensò che, se il sergente aveva intenzione di fare qualcosa, quello era il momento.
In quell’istante una specie di barattolo rotolò sul pavimento verso di lui. Istintivamente chiuse gli occhi e abbassò le mani sulle orecchie.
Jim allarmato fece in tempo a esplodere un colpo e lo sbuffo caldo del proiettile a salve investì la testa di Mike, mentre la granata a stordimento esplodeva con un fragore assordante e un lampo accecante illuminava l’aula. Subito dopo le finestre andarono in frantumi e la squadra fece irruzione nella stanza urlando. Jim, cieco e disorientato, tentò di sparare ancora, ma cadde crivellato da una raffica.

Dopo aver tastato il collo del ragazzo, il sergente disse: «Il locale è sicuro ora. È tutto finito».

Negli Stati Uniti ogni dieci secondi viene prodotta una pistola e ogni
cinque minuti qualcuno viene ferito o ucciso a colpi d’arma da fuoco.


F I N E

L'albero delle Scelte

Fantascienza, 37228 caratteri, versione 3.0


L’ALBERO DELLE SCELTE
di
Leonardo Boselli

Il futuro. Chi pensa di poterlo prevedere è solo un pazzo che illude se stesso. Il saggio, però, sa che quel pazzo non è lontano dalla verità: ciò che non è impossibile, prima o poi, in qualche parte del Cosmo, accadrà. Magari non in questa porzione d’Universo e neppure nelle sue vicinanze; ma succederà e si ripeterà più e più volte.
Eppure, tra tutti gli eventi possibili, lo stolto crederà di non vivere mai quelli che desiderava, perché la sua memoria è solo un istante nell’eternità e la sua volontà è più mutevole del tempo.

(Dalla XLII Sutra dei Maestri Kahnwon)


New York City, 24 settembre 2075

Quella sera Mike Pizzileo si trovava suo malgrado al piano attico del Grattacielo Shennong, sede degli uffici americani della Zhìnéng-Jī Corporation.
Il consueto ricevimento per la “Festività della Luna” era in pieno svolgimento. I dirigenti e numerosi dipendenti, con i rispettivi coniugi, conversavano nell’ampio salone intorno ai buffet, mentre solerti camerieri robot riempivano bicchieri e vassoi.
Mike si era defilato in un angolo tranquillo con una ciotola di riso cantonese e un bicchiere di birra Tsingtao. Ma l’oasi di quiete che si era ritagliato avrebbe avuto vita breve: Robert Connor, un espansivo collega del reparto “ricerca e sviluppo”, puntò dritto su di lui non appena lo vide.
«Zăo. Nǐ hǎo ma?» chiese Robert.
Mike avrebbe voluto rispondergli: “Bié zài dărăo wŏ le!”, ma si limitò a un più amichevole: «Bene, grazie».
«È proprio una festa riuscita, come tutti gli anni», affermò Robert. «Non trovi?»
«Certo».
«Il cibo poi è ottimo» disse e, dopo aver dato un’occhiata alla ciotola di Mike, aggiunse: «Ti consiglio di assaggiare anche gli involtini primavera, sono squisiti».
«OK».
Robert si sedette. Dai bisillabi ricevuti in risposta aveva intuito che l’amico era in uno dei suoi momenti bui, così provò a confortarlo.
«Mike, pensi ancora a Susan?»
«Sì, ma preferisco non parlarne. Sai, mi vengono sempre in mente le feste in cui c’era anche lei» disse per giustificarsi, mentre si toglieva gli occhiali stereoscopici.
Robert intuì che, attraverso quegli occhiali, Mike stesse guardando qualche vecchia registrazione di Susan. «Non puoi continuare così. Sono due anni che avete divorziato. Lei ha una nuova vita e dovresti fartene una ragione».
Cercava di essere convincente, ma sapeva che era inutile: con tre matrimoni falliti alle spalle, di esperienza ne aveva fatta parecchia. Poi ebbe un’idea e aggiunse: «Sai che ti dico? Questa sera devi approfittarne. Ci sono quelle nuove ragazze del reparto “assunzioni e licenziamenti”… ecco, ne vedo una laggiù. Ti avvicini, ti presenti, dici due stupidaggini e chissà…»
«E chissà… cosa? Magari mi licenzia!» disse sarcastico Mike. Guardando tra gli invitati il punto indicato dall’amico, aveva notato una delle dipendenti asiatiche provenienti dalla filiale di Shanghai. «Ormai ho passato i cinquanta e quella ragazza potrebbe essere mia figlia, anzi è più giovane di mia figlia!»
«Devi lasciarti andare. Hai messo la tua ex-moglie su un piedistallo e quindi nessun’altra donna è alla sua altezza, ma continuando così rinunci a essere di nuovo felice».
«Parli come il mio terapista. Se avessi saputo che eri così bravo, avrei evitato di spendere tanti soldi».
Robert rifletté per qualche istante, poi disse: «Sai qual è il tuo problema? Sei l’ultimo esemplare di una razza estinta da tempo: l’uomo fedele a oltranza. Però ci vuole poco per rimediare. Hai un fascino latino… maturo, e quando vuoi riesci a essere simpatico. I baffi poi… non sai che le asiatiche ne vanno matte? Insomma, se ci pensi ancora un po’ su… beh, ne approfitto io».
«Questa dei baffi non la sapevo», gli rispose sorridendo, «ma va’ pure tranquillo, non mi offendo».
Robert si alzò. «Mike, ogni lasciata è persa!» sentenziò ironico e si allontanò.
Dopo aver gustato il riso, Mike decise che avrebbe finito la sua birra e poi sarebbe tornato a casa. Pensava di completare l’alberatura del modello di veliero a cui stava lavorando. Nessuno si sarebbe accorto della sua assenza.
Mentre era assorto in quei pensieri, sentì una voce femminile che gli diceva: «Wǒ jiào Zhou Yang. Nǐ jiào shénme míngzi?»
Alzò lo sguardo e vide una ragazza cinese, anzi proprio quella che Robert gli aveva indicato poco prima. Era in piedi di fronte a lui, avvolta da un vestito seducente che valorizzava il suo corpo sensuale, e sorrideva.
Si alzò imbarazzato e, dopo averle mostrato un posto accanto al suo, rispose: «Il mio nome? Michael, ma sono Mike per gli amici. Prego, accomodati qui» e la fece sedere accanto a lui. Nel frattempo diede un’occhiata alla sala: Robert in lontananza gli faceva l’occhiolino tenendo sollevato un calice come se brindasse.
Allora le disse: «Yang è un bel nome. Da dove vieni?»
«Dalla sede di Shanghai. Mi sono trasferita da poco. Noi dell’ufficio del personale viaggiamo molto» rispose, esibendo un sorriso perfetto.
Mike cercava di capire se quei denti avessero la lucentezza delle perle o se fossero più luminosi, quando lei aggiunse: «Qui non conosco bene nessuno, ma i colleghi sono stati tutti molto gentili. Tu lavori nel reparto “ricerca e sviluppo” con Bobby, vero?»
Mike stava per chiedere chi fosse Bobby, ma ci arrivò da solo. Robert odiava quel nomignolo, perché gli ricordava il cane della sua prima moglie, ma a quanto pareva gli suonava molto meglio sulle labbra di una bella ragazza.
«Sì… senti, non so cosa ti abbia detto l’amico… Bobby per farti venire qui, ma…» giunto a quel punto si interruppe per cercare le parole adatte e concluse: «Oggi non sono in forma e stavo pensando di tornarmene a casa».
«Bobby me lo ha detto. Non devi preoccuparti».
Lui invece cominciava davvero a preoccuparsi, perché non aveva idea di cosa le avesse potuto raccontare.
«Mentre venivo verso di te, ti ho osservato bene. Ho notato quell’aria un po’ depressa di chi non ha più soddisfazioni nella vita. Il lavoro è diventato una routine e la famiglia si è disgregata. Dopo aver raggiunto gli obbiettivi che ti eri prefisso, in parte hai dovuto rinunciare a essi. Forse ti sei anche reso conto che non valevano la fatica che hai fatto per ottenerli. Insomma, a cinquant’anni ti trovi senza prospettive…»
Non si aspettava di essere psicanalizzato da una ventenne; credeva di avere di fronte a sé una ragazzina. Un tempo pensava che l’unica donna che avesse qualcosa di interessante da dire fosse Susan, ma a quanto pare si sbagliava.
La ragazza aggiunse: «Ti comunico una notizia: la vita inizia a cinquant’anni e vale la pena di essere vissuta». Sembrava una battuta, ma la disse con serietà. «So che hai un mese di ferie arretrate. Ti sei ammazzato di lavoro pensando di dimenticare, ma non funziona così».
Sorpreso le chiese come conoscesse quei particolari.
«Lavoro nell’ufficio del personale, ricordi? “Assunzioni e licenziamenti” e tutto quello che ci sta in mezzo. Prendi quelle ferie e parti per un lungo viaggio. Luoghi esotici, un po’ d’avventura e tanti incontri. Una fuga lontano dalla routine, ma anche un viaggio dentro te stesso, per ridare un senso alla tua vita».
Rispose brusco: «Cosa proponi? Magari un viaggio in Tibet? Voi orientali avete la mania della meditazione. Ho già provato il buddismo: Kun Feng, il mio capo, pensava che vivere per un po’ tra i monaci Shàolín mi avrebbe fatto bene. I monaci dicevano che le mie sofferenze erano causate dal desiderio di tornare a vivere con mia moglie: eliminato il desiderio, sarebbe scomparso anche il dolore. Allora ci mettevamo in meditazione e svuotavo la mente. Era bellissimo, ma poi ripensavo sempre a lei…»
«Sei mai stato sul pianeta che chiamiamo Vesuvio?» chiese lei a bruciapelo.
Quella domanda lo spiazzò. Un viaggio interstellare? No, non aveva mai visitato altri sistemi. Non sarebbe neppure andato sulla colonia di Marte, se non fosse stato per lavoro. Aveva sempre pensato che prima avrebbe dovuto vedere tutti gli angoli più suggestivi della Terra; ma in fondo neppure quelli gli interessavano, o almeno non interessavano a Susan. Così rispose: «Non ci sono mai stato, ma ho visto dei documentari. Ho fatto dei tour virtuali».
«Ah, ma non è la stessa cosa. Si perdono le sfumature dei colori e la profondità di campo. E poi gli odori, il vento caldo che accarezza la pelle, la luce cangiante delle lune. Ti faccio vedere» e così dicendo indossò i suoi occhiali. Mike fece altrettanto e i due dispositivi si sintonizzarono.
«Vedi», disse la ragazza, «il pianeta Vesuvio ha degli scorci impressionanti, canyon maestosi, albe e tramonti multipli che tolgono il fiato. Queste immagini, per quanto straordinarie, non rendono giustizia».
Mentre parlava, davanti ai loro occhi scorrevano i panorami tridimensionali del pianeta scaricati dal sito di “Virtual-Universe”. Gli occhiali li sovrapponevano alla normale vista della sala e sulle immagini comparivano anche didascalie, notizie storiche e dati numerici.
Al comando di Yang, il punto di vista si sollevò. Sorvolarono le principali città del pianeta e i templi dove, nel corso dei millenni, si era sviluppata la peculiare filosofia dei vesuviani. Infine la ragazza gli indicò una particolare regione e disse: «Ecco, su questo altipiano vivono i Maestri Kahnwon. Ho viaggiato in quelle zone due estati fa e ho partecipato a una loro meditazione. Ogni visitatore è sottoposto a prove diverse e percepisce sensazioni differenti. È impossibile spiegare quello che ho provato, perché nessun racconto può rendere l’idea: rischia solo di fuorviarti; devi andare laggiù e verificare tu stesso. È quello che ci vuole per te».
Era perplesso. Le parole della ragazza lo avevano entusiasmato, ma era subito tornato alla realtà quando le immagini mostrate dagli occhiali avevano lasciato il posto alla vista della sala.
«È suggestivo, ma cosa dovrei fare? Prendere le ferie e partire domani?» chiese Mike, sorridendo come se stesse dicendo un’assurdità.
«Perché no? Su Vesuvio fa molto caldo, basta un bagaglio leggero e non c’è bisogno di prenotare per incontrare i Maestri; i normali turisti visitano il pianeta per altri motivi. Se sei fortunato non dovrai attendere molto… vediamo…»
Yang aprì la finestra tridimensionale del sito “Auctions-On-Line”. Con poche selezioni, trovò mezza dozzina di biglietti last-minute per il pianeta Vesuvio della “Ryan-Interstars”. Il volo era fissato per giovedì.
«Vedi, il costo è davvero contenuto. Più il tempo passa, più la base d’asta scende, ma stanotte, sul tardi, ne trovi di sicuro ancora qualcuno».
Poi aprì un’altra finestra ad accesso riservato sul sito della società e disse: «Ecco, non hai progetti urgenti in corso. Se decidi, spunti questa casella e sei ufficialmente in ferie. C’è ancora qualcosa che ti trattiene?»
Mike ci stava pensando, ma non trovava scuse plausibili.
«Sono contenta che tu ci rifletta. Lo sai, la Zhìnéng-Jī Corporation ci tiene al benessere dei suoi dipendenti. Mi ha fatto piacere parlare con te. Ora ti lascio, vado a conoscere altri colleghi» e se ne andò, lieve com’era arrivata.
Finita la sua birra, anche Mike si alzò e uscì dalla sala. Era frastornato. Non aveva mai desiderato fare un viaggio su Vesuvio, oppure sì? A Susan non piacevano i lunghi viaggi, ma davvero valeva anche per lui?
Prese un ascensore per salire sul tetto del palazzo, mentre continuava a ripensare al colloquio con la ragazza. L’“assistente digitale” che Mike portava in un taschino, senza disturbarlo, si occupò di selezionare il piano corretto e chiamò un elitaxi che lo riportasse a casa.
Nel suo appartamento, ad attenderlo trovò la “Victory”, l’ammiraglia di Horatio Nelson. Era il modello più complesso che avesse mai tentato di costruire. Fece visualizzare le parti mancanti all’assistente e seguì le indicazioni per sistemare l’albero maestro; ma si stancò presto.
Così visionò la registrazione della chiacchierata con Zhou Yang: “È impossibile spiegare quello che ho provato. Nessun racconto può rendere l’idea… Devi andare là e verificare tu stesso. È quello che ci vuole per te”.
Quindi aprì il sito di “Auctions-On-Line”, cercò un biglietto per Vesuvio e selezionò “Compra subito”. Aveva deciso: giovedì sarebbe partito.


* * *
Quel giovedì mattina Mike era in coda al cancello 37 dell’aeroporto internazionale Kennedy. Effettuato il check-in, si imbarcò sulla navetta per la stazione spaziale Yuri Gagarin. Di solito i voli low-cost utilizzavano le strutture della Federazione Eurasiatica, perché erano molto più a buon mercato rispetto a quelle Cino-americane.
Mike era intimorito dal volo per entrare in orbita. All’inizio della sua carriera si era recato alcune volte alla filiale della sua società sulla colonia marziana e aveva sperimentato il terribile “mal di spazio”.
Dopo le istruzioni delle hostess sulle procedure di sicurezza, il benvenuto del comandante e il decollo, la navetta prese quota. Dal finestrino si poteva osservare in lontananza tutta New York; poi, una volta sull’oceano, vennero accesi i razzi di propulsione per raggiungere la velocità orbitale.
Accanto a Mike era seduta una donna che notò il tremito delle sue mani e così, sorridendo, gli chiese: «C’est la première fois?»
Quando si era seduto, lui non aveva fatto caso ai passeggeri vicini. Aveva subito iniziato a guardare fuori dal finestrino in attesa del decollo, perciò si accorse della donna solo in quel momento. Sorpreso dalla domanda disse: «Come?»
Lei ripeté con un forte accento francese: «È la prima volta?»
«No, ma sono parecchi anni che non entro in orbita».
«Anch’io avevo paura le prime volte, ma ci si fa l’abitudine». Gli tese la mano e si presentò. «Mi chiamo Nicole Bujold. Sono francese, ma penso che l’accento mi abbia già tradita» disse ridendo.
«Mike Pizzileo» rispose, ricambiando la stretta. Lei aveva una mano calda, confortevole, mentre la sua era gelata.
«Pizzileo? Italiano?»
«Lo era il mio trisnonno. La mia famiglia abita a New York da più di un secolo e mezzo».
«Io invece sono di Parigi, ma forse lo avevi immaginato: tutti i francesi sono di Parigi» e rise di nuovo.
Osservò con più attenzione la donna: aveva capelli biondi, corti sulle spalle, e occhi chiari, il viso con un filo di trucco e le forme del corpo eleganti, ma non appariscenti. Rideva spesso e Mike pensava che presto non l’avrebbe più sopportata.
Venne a sapere che lei viaggiava molto, adorava l’avventura, voleva scoprire posti nuovi e, in generale, amava le novità. Diceva di essere un’artista, ma non era chiaro che cosa creasse o quale fosse il suo vero lavoro. Prendendo confidenza, lei cominciò a essere invadente. Rivelava particolari molto personali e sembrava pretendere la stessa sincerità in cambio. Disse che viaggiava con un gruppo di amici, ma il suo compagno era rimasto a casa, perché il loro rapporto era in un momento di crisi. Insomma, Mike concluse che quella donna era l’esatto opposto di Susan, sia fisicamente che come carattere, e pensò che presto avrebbe anche potuto odiarla.
«Visto? Non c’era da preoccuparsi» gli disse Nicole.
«Come?»
«Il peggio del volo è passato. È bastato fare due chiacchiere» spiegò con un sorriso e gli lasciò la mano. Erano rimaste strette per tutto il tempo e la mano di Mike si era scaldata. Il confine tra odio e amore è molto sottile.
* * *
Il cielo era diventato di un nero profondo e la superficie terrestre mostrava una linea di costa coperta da radi strati di nuvole. La stazione Yuri Gagarin era proprio di fronte alla navetta. Avevano raggiunto la velocità orbitale e si potevano sperimentare le condizioni di microgravità. Le braccia di un tale piuttosto corpulento, che dormiva qualche posto più in là, cominciarono a fluttuare inerti nell’aria, ma una provvidenziale hostess le assicurò con delicatezza ai braccioli.
Ci volle parecchio perché venisse completato l’avvicinamento e si esaurissero le operazioni d’attracco, ma per Mike il tempo passò in un lampo, grazie a Nicole.
Una volta sbarcati, il problema della microgravità e del “mal di spazio” era risolto, perché la struttura ruotava sul proprio asse. La forza centrifuga percepita dai passeggeri sostituiva egregiamente la forza di gravità.
La stazione era un vero porto di mare. C’era gente di ogni tipo che aspettava di partire per varie destinazioni.
Infatti, attraccate ai moli, si potevano vedere navi interplanetarie dirette alle basi lunari e alla colonia su Marte, ma anche navi interstellari, tra cui la Columbus della “Ryan-Interstars” diretta a Vesuvio.
Mike si ritrovò in coda per l’imbarco in mezzo al gruppo degli amici di Nicole. Non conosceva la lingua, ma si fece aiutare dal traduttore automatico. Partivano per il pianeta Vesuvio perché erano appassionati di attività venatorie, infatti avevano intenzione di cacciare i famosi bucefali. Lo invitarono a unirsi a loro, ma declinò l’offerta con la scusa di avere un altro programma. Per giunta lui odiava la caccia: Susan era stata un’attivista di un gruppo ambientalista.
In coda vide anche un vesuviano. Lo riconobbe come tale per l’incarnato pallido e il caratteristico naso a punta, che lo faceva somigliare a Pinocchio; per il resto era simile a un terrestre. Mike immaginò che si trattasse di un diplomatico in missione e subito ebbe la tentazione di parlargli; poi si ricordò che correvano strane voci sui poteri di quegli umanoidi, così evitò di avvicinarsi troppo e gli altri passeggeri fecero lo stesso.
* * *
La nave stellare Columbus della “Ryan-Interstars” era il classico mezzo di trasporto low-cost. I posti erano molto piccoli e scomodi, tanto che solo le specie umanoidi più minute potevano utilizzare quei voli. Inoltre si dovevano pagare tutti gli extra: il cibo, le bevande, l’uso del bagno e l’ossigeno respirato.
Dopo il grugnito di benvenuto del comandante, la nave si staccò dal molo.
Per raggiungere Vesuvio era necessario attraversare un portale spaziotemporale costruito tra la Terra e la Luna. Quando lo avvistarono, Mike fu colto di nuovo da una certa apprensione: vide un gigantesco disco buio percorso da scariche elettriche e la nave si tuffò al suo interno con decisione. Mentre violente vibrazioni scuotevano ripetutamente lo scafo, i plasmi che costituivano le pareti del tunnel scorrevano a folle velocità. Quel salto sembrava non terminare mai, ma alla fine la nave emerse, con grande sollievo, da un secondo portale proprio di fronte al pianeta.
Lo spettacolo era maestoso: continenti colorati in tutti i possibili toni del rosso, oceani di un blu intenso e sottili nubi cangianti ricoprivano l’intera superficie. Marte al confronto sembrava un sasso incolore. Inoltre, la presenza di due soli e di tre lune di medie dimensioni rendeva le giornate su Vesuvio particolarmente varie e suggestive.
* * *
Al terminal di Korthan U’bak, la capitale del pianeta Vesuvio (i nativi lo chiamano Gohk, cioè “Terra”), Mike si congedò dal gruppo di cacciatori francesi.
Nicole lo ringraziò per averle tenuto compagnia.
«Grazie a te per il sostegno psicologico».
«Di niente. Mi ha fatto piacere conoscerti e mi dispiace che le nostre strade si dividano qui. Vedi… gli uomini che non temono di mostrare le loro fragilità sono rari. Tu… tu sei il primo che incontro».
Mike era imbarazzato e non sapeva cosa rispondere. Sentiva rimbombare nella sua testa le parole di Robert: “Mike, ogni lasciata è persa!”, ma era su quel pianeta per uno scopo e ormai doveva andare fino in fondo. «Magari ci rincontreremo. Vesuvio non è così grande».
Nicole rispose facendo seguire alle parole la sua caratteristica risata: «Hai ragione, ci sono solo sette continenti!» e si salutarono così.
* * *
Mike, rimasto solo, si guardava intorno spaesato. Aveva appena concluso i controlli doganali e doveva cercare un mezzo per l’altipiano dei Maestri Kahnwon.
L’atmosfera conteneva meno ossigeno di quella terrestre, tanto che sembrava di essere in altura, ma per il resto la temperatura era confortevole. Si sentiva però a disagio nel trovarsi tra tutti quei vesuviani pallidi con il naso a punta, senza considerare tanti altri individui extraterrestri dall’aspetto inquietante. Si muovevano in ogni direzione e sembravano non prestargli attenzione.
Si decise e uscì dal terminal. In quel momento il cielo vesuviano era di un giallo intenso a sudovest, dove splendeva un sole, e di un azzurro pallido a nordest. Si poteva vedere una sola luna, ma era decisamente più grande, in dimensioni apparenti, di quella terrestre.
«Qui si potrebbero festeggiare parecchie “Feste della Luna”» disse. Poi chiese all’assistente: «Com’è organizzato il calendario dei vesuviani?»
Dopo qualche momento d’incertezza, l’assistente rispose: «Sto tentando di aprire la voce “calendario” di Wikipedia, ma il segnale della rete risulta assente. Non sembra che il nostro gestore abbia ripetitori su Vesuvio».
Senza collegamento alla rete globale, l’assistente era quasi inservibile. «Lascia perdere. Interrompi la ricerca».
Cominciò a esaminare i taxi parcheggiati di fronte al terminal, utilizzati per i collegamenti interni.
I viaggiatori che uscivano dallo spazioporto sceglievano i mezzi senza esitazioni: salivano, il veicolo acquistava quota e, raggiunta una certa altezza, prendeva velocità. Quasi sempre, dopo un po’, si udiva un caratteristico bang sonico.
Purtroppo, a un’analisi attenta, molti di quei taxi sembravano in pessime condizioni, inoltre non c’era un pilota uguale a un altro; tra di loro nessun vesuviano, né tanto meno umani.
Alla fine decise di rivolgersi a un piccoletto che stava pulendo i vetri del suo velivolo. Non gli arrivava alla spalla ed emetteva uno strano sibilo, ma era il meno ripugnante del gruppo e il suo apparecchio sembrava ben tenuto.
«Capisci la mia lingua? Devo andare all’altipiano dei Maestri Khanwon».
«Io capire! Io pakuro, non stupido».
«Non lo mettevo in dubbio…»
«Io credere molti terrestri grandi maleducati. Vedere piccoletto e dire: io più grande, io più intelligente. Non vero».
«Mi scuso, anche per i miei… conterranei maleducati. Avrei bisogno di un passaggio per…»
«Già detto! Io pakuro, non sordo».
Mike stava pensando di mandare il tassista a quel buco di pianeta da cui proveniva, ma si trattenne. Quindi chiese: «Quanto denaro occorre per un passaggio fino all’altipiano?»
«Denaro, denaro! Denaro non volerci. Io credere molti terrestri pensare sempre denaro».
«Non capisco».
«Governo offrire trasporti per Kahnwon, così turisti andare a frotte. Ma tu non chiedere unica domanda utile».
«E cioè?»
«Io credere molti terrestri stupidi. Unica domanda: quanto tempo volerci! Se meglio riposare in albergo, o partire subito».
«Sì, ce l’avevo sulla punta della lingua» disse ironico.
«Tu fare beffe di me. Tu sapere bene che altipiano Kahnwon, con suo tempio principale Ahmuntah, distare cinquemila vostri chilometri da qui».
Mike era abituato a ragionare in miglia e si fece due calcoli. «Ma è lontanissimo! Anche volando, ci vorrà mezza giornata, se non di più».
«Tu continuare fare beffe di me».
Esasperato chiese: «Perché?»
«Taxi viaggiare sei volte velocità suono: volerci solo 40 vostri minuti».
«Allora preferisco andare subito» concluse Mike, aspettandosi qualche altra sarcastica obiezione.
Invece il pakuro, ormai soddisfatto per le umiliazioni inferte, salì sul biposto. Mike si sedette dietro di lui e indossò il casco.
«Pilota dare benvenuto a passeggero. Allacciare cintura». Poi gli sportelli si chiusero e l’apparecchio decollò in verticale. Raggiunta l’altezza convenuta, si allontanò dalla capitale e superò la barriera del suono.
* * *
Il paesaggio scorreva a grande velocità sotto di loro. Lunghi e profondi canyon si aprivano nel terreno con regolarità, rivelando strati geologici rossastri. Poi passarono sopra a una serie di piccoli laghi su cui, a bassa quota, volavano stormi di bucefali.
«Guardare bucefali, laggiù!»
Mike si sporse e li vide.
«Tu non cacciare bucefali?» chiese il pakuro.
«No, sono contrario a uccidere altri esseri viventi per divertimento».
«Cacciare bucefali divertente, ma anche bucefali buoni da mangiare. Tu non mangiare esseri viventi?»
«Beh, li mangio morti… e sono stati allevati apposta».
«Già, morto non essere vivente…»
«Non intendevo dire questo».
«Allora allevato per morire meglio di vissuto libero? Io credere molti terrestri incoerenti».
Mike abbozzò e si ricordò che il pilota era un pakuro, non uno stupido: doveva riflettere prima di rispondere alle sue domande.
Il paesaggio mutò e i rilievi si fecero più aspri. Era passata mezz’ora dalla partenza e le basse pianure d’erba rossa avevano lasciato il posto a immense foreste di alberi a foglie rosse. I rilievi si sollevavano sempre più e il taxi seguiva il labirinto di pareti rocciose a strapiombo. Poi salirono sull’altipiano.
Dopo dieci minuti, cominciò a stagliarsi in lontananza un’alta costruzione, a forma di piramide, che si innalzava tra la fitta vegetazione. Il taxi la raggiunse e atterrò.
«Io aspettare qui. Essere visita breve, però molto interessante. Pochi terrestri venire qui: tu terrestre insolito». Per come lo disse, quella frase suonava come un complimento.
Mike pensò che il pakuro fosse l’umanoide più scostante che avesse conosciuto, d’altra parte era anche l’unico con cui avesse mai conversato, però in fondo lo trovava simpatico.
* * *
Ai piedi del tempio Ahmuntah, il principale dell’altipiano, partiva una lunga scalinata. I blocchi squadrati dell’edificio, impilati a piramide, si innalzavano per più di duecento metri.
Mentre si arrampicava, ammirava i bassorilievi finemente incisi sulle pietre. Raccontavano incomprensibili storie antiche di migliaia di anni. Durante la salita si fermò spesso per riprendere fiato, sgranocchiava degli integratori che si era portato nello zaino e si reidratava.
Giunto a metà strada, cominciò a notare una figura umana vestita di nero. Si trovava proprio in cima alle scale. Quando gli fu davanti, vide che era un vesuviano, simile a quello che aveva incontrato sulla stazione Yuri Gagarin; gli sembravano tutti identici, ma questo aveva un aspetto diverso, autorevole. Per il resto, l’incarnato era pallido e il naso a punta, come per gli altri vesuviani.
Lo sconosciuto gli disse senza alcun accento: «Vi aspettavamo. Seguiteci».
Quella frase lo colpì, ma poi pensò che fosse una trovata a effetto per sbalordire i visitatori. Anche l’uso delle persone plurali era insolito, ma cosa poteva pretendere da un extraterrestre?
Seguirono il cunicolo scuro che si addentrava nella piramide e giunsero a una porta in pietra. Il vesuviano indicò un contenitore e disse: «Appoggiate là quello che portate».
Lasciò lo zaino.
«Tutto!» disse perentorio l’umanoide, ed elencò: «Gli occhiali, l’auricolare e l’assistente digitale nel taschino».
Dopo aver depositato quegli oggetti, Mike si sentì come nudo; erano ormai parte di lui, registravano ogni momento della sua vita e spesso lo guidavano nelle scelte.
«Non preoccupatevi: li riprenderete al vostro ritorno».
In quel momento la porta, scorrendo lateralmente, si spalancò. Entrarono in un’ampia sala dal soffitto basso. Tutt’intorno erano seduti, in ordine sparso, altri umanoidi vestiti di nero. Avevano un cappuccio sul capo da cui spuntava solo il naso e sembrava che recitassero delle litanie a bassa voce.
Dalle lunghe feritoie che si aprivano nelle pareti; filtrava la luce di due soli bassi sull’orizzonte.
«Non vi state chiedendo se siano albe o tramonti?»
Mike si stava domandando qualunque cosa tranne quella, ma rispose di sì.
«Il sole azzurro sorge e il sole giallo tramonta. In questo periodo si intravedono solo per pochi momenti. Per congiungersi devono aspettare quasi trecento dei vostri anni».
«Hanno molta pazienza» constatò Mike ironico.
Il vesuviano indicò un sedile in pietra e disse: «Accomodatevi».
Gli incappucciati si alzarono e uscirono dalla stanza. In quell’istante il sole giallo scomparve sotto l’orizzonte e la sala rimase illuminata dalla luce azzurra dell’altro sole.
«Ci chiamiamo Hach Bahtur» disse il vesuviano. A quella luce, la pelle risultava ancora più pallida e l’ombra del naso a punta rendeva la sua lunghezza più evidente. «Siamo il 142° maestro del tempio Ahmuntah. Sappiamo chi siete e il nome che portate: Michael Pizzileo, analista cibernetico della Terra. Doveva capitare, prima o poi, per quanto improbabile potesse essere, che un terrestre di nome Pizzileo giungesse al tempio Ahmuntah. Abbiamo assistito a questo evento e ce ne compiacciamo».
Mike era sbalordito. Si chiedeva come facesse a sapere così tante cose. Sospettò dei francesi, ma non era possibile che fossero passati prima di lui.
«Non ponetevi domande che non hanno risposta, ma chiedetevi perché siete qui».
La confusione cresceva nella testa di Mike. Perché era lì? Possibile che una cinese di vent’anni lo avesse convinto a viaggiare per decine di anni luce fino a un lontano pianeta della Galassia, per poi salire sulla cima di una piramide dove lo aspettava il 142° maestro del tempio Ahmuntah, di cui non ricordava più il nome?
«Sì, Michael» disse il vesuviano, come se avesse ascoltato i suoi pensieri. «Ciò che non è impossibile, prima o poi, in qualche parte del Cosmo, accadrà. Non potevate prevederlo: se ci foste riusciti, sareste stati dei pazzi».
Si sentì sollevato. In quel momento era confortante che un vesuviano col naso a punta, che viveva in cima a una piramide, sapeva tutto di lui e gli si rivolgeva come se fosse tante persone in una, gli dicesse che non era pazzo.
Hach Bathur si avvicinò e gli pose una mano sulla testa, ma Mike si ritrasse timoroso.
«Non temete, sappiamo molte cose, ma non tutto. Dobbiamo scoprire il vero motivo per cui siete qui».
Appoggiò di nuovo la mano sulla testa di Mike; mise il pollice su una tempia e il mignolo sull’altra.
«Svuotate la mente. Concentratevi!»
Questa parte gliel’avevano già insegnata i monaci Shàolín e si piccava di essere piuttosto bravo. Si concentrò. La sua psiche fluttuava nel vuoto, libera… finché non si ricordò di Susan! Era incredibile, fino a quell’istante si era dimenticato di lei. Non c’era mai riuscito così a lungo.
Hach Bathur staccò la mano. Aveva visto ciò che gli serviva e si accasciò, esausto, su un sedile di fronte a Mike.
Dopo aver ripreso fiato, disse: «L’attaccamento alla vostra donna è solo un sintomo, in realtà siete colpiti da una sottile malattia psichica».
Mike era sorpreso: il suo terapista non gliene aveva mai parlato.
«È nota come “sindrome da assistente”. Molti umani ne sono affetti: col tempo perdono il coraggio di decidere, si aggrappano alle abitudini e lasciano che altri scelgano per loro; se qualcosa cambia nella loro vita, vanno in crisi. Non è facile da riconoscere, ma vi hanno consigliato bene: se volete guarire, abbiamo la cura».
Mike non era convinto di quella diagnosi, ma lasciò che il Maestro continuasse.
«Per guarire dovete comprendere in cosa consiste l’essenza dello scegliere; non è una disposizione della psiche, ma fa parte della natura stessa del Multiverso».
Continuava a non capire di cosa stesse parlando, ma non osò interrompere.
«Ora avrete due possibilità e dovrete scegliere con attenzione».
Hach Bathur porse due pastiglie: una verde nella mano destra e una gialla nella sinistra.
«Se sceglierete la pillola verde, domani vi sveglierete in albergo riposati. Non sarete guariti, ma starete bene: questa droga fa miracoli. Se invece sceglierete la pillola gialla, scoprirete la verità e potrete trovare in voi stessi le motivazioni per guarire».
Mike pensò che fosse un test, ma qual era la scelta giusta? Era combattuto. I termini della questione non erano chiari, ma decise che non era arrivato fin lì solo perché gli prescrivessero una nuova medicina: voleva conoscere la verità e quindi prese la pillola gialla.
«Avete scelto» disse il Maestro compiaciuto, e gli porse una ciotola d’acqua.
* * *
Bevve; la pillola arrivò nello stomaco, ma non successe nulla. Allora Mike si azzardò a chiedere: «Cos’è il Multiverso?»
«Tra poco lo saprete. Ma voi siete analisti cibernetici, dovreste aver studiato la meccanica quantistica».
«Sì, è una teoria fisica che descrive il comportamento delle particelle elementari. Nella sua formulazione relativistica, è la teoria più precisa che si conosca. Le sue previsioni si spingono fino a una ventina di ordini di grandezza, se non di più. È come se si potesse misurare la distanza tra la terra e il sole con la sensibilità del diametro di un capello umano».
«Dite bene, ma la definireste una teoria deterministica?»
«No, in realtà le previsioni della teoria riguardano solo le probabilità degli eventi. Utilizzando opportune equazioni si può stimare se il risultato di una misura assumerà, con una certa probabilità, determinati valori oppure altri. Ad esempio, un elettrone chiuso in una scatola si può trovare al centro oppure ai lati. La teoria ci dice quante volte, aprendo la scatola, lo troveremo al centro».
«Perciò, quando apriamo, dov’è?»
«Si ottiene solo uno dei risultati possibili. L’elettrone è al centro oppure ai lati, ma solo in un posto».
«E finché non apriamo?»
«Beh, non ha senso porsi la domanda: quando si determina la sua posizione, sarà in un punto preciso che non si può conoscere a priori».
«Ben detto! Sapete anche chi era Hugh Everett?»
Mike ci pensò, ma quel nome non gli ricordava nulla. Allora Hach Bathur continuò: «Era un fisico terrestre che più di un secolo fa intuì la verità, già nota alla nostra civiltà da centinaia di anni. La sua teoria però non ebbe seguito».
«Qual era la sua idea?»
«È molto semplice, ma anche assurda in apparenza: tu apri la scatola e trovi l’elettrone al centro», a sorpresa era passato al ‘tu’. «Questo è ciò che hai sperimentato, ma un altro te stesso in un universo alternativo generato da quella azione troverà l’elettrone a destra, un altro ancora a sinistra, e così via. L’osservazione obbliga l’elettrone a scegliere, ma non è costretto a trovarsi qui o là. Deve rispettare solo delle probabilità e così sceglie tutte le possibilità, una per ogni universo. Questo avviene in modo incessante per ogni particella del Cosmo e gli infiniti universi così generati formano il Multiverso».
Mike era sconcertato. Era una tesi pazzesca, come potevano sostenerla? Una volta separati, non c’era modo di osservare gli universi alternativi. Ma in quel momento cominciò a sentirsi strano.
«So cosa state pensando, che tutto ciò è incredibile», disse tornando al ‘voi’. «Nessuno può convincervi, dovete vedere voi stessi».
I succhi del suo stomaco avevano dissolto la capsula gialla e il principio attivo della pillola era entrato in circolazione. I primi effetti si manifestavano. Sembrava che Hach Bathur si sdoppiasse leggermente, due Maestri identici ma distinguibili.
Quindi vide innumerevoli se stesso che, al contrario di lui, avevano preso la pillola verde. Stavano uscendo dalla piramide accompagnati dal Maestro che diceva: «Avete scelto. Ecco un sacchetto di pillole verdi; fatene buon uso».
Ma vide anche universi che si erano ramificati molto tempo prima: in alcuni era ancora sposato con Susan; in altri era impazzito e aveva ucciso il suo terapista, l’amico Robert e Kun Feng, il suo capo; in altri ancora, non era mai partito per Vesuvio, ma era uscito con Zhou Yang e aveva scoperto perché alle asiatiche piacciono tanto i baffi; nei restanti, infine, non aveva mai raggiunto il tempio, perché era andato a caccia di bucefali con Nicole. Tutte queste possibilità avevano infinite variazioni che differivano per lievi sfumature.
Poi quegli universi collassarono e si ritrovò nella sala del tempio: una luce azzurra illuminava il volto pallido di Hach Bathur proiettando l’ombra del suo naso a punta.
«Tutto quello che ho visto è… reale?»
«Non sappiamo esattamente cosa avete visto. L’estratto di ptahk produce effetti diversi in individui differenti. È da pochi anni che abbiamo trovato il dosaggio corretto per gli umani. Forse avete visto quello che poteva essere; noi crediamo che quelle storie alternative siano reali e stiano avvenendo per i noi stessi che si sono incanalati in un altro ramo del Multiverso. Spesso la strada che prendiamo non dipende da noi: basta una sola particella che decida per una via o per l’altra, ma in realtà tutte vengono intraprese».
Mike doveva abituarsi all’idea, ma in fondo molto di quello che aveva visto lo rasserenava.
Hach Bathur continuò: «Potrebbe essere di conforto sapere che alcuni di voi vivono ancora con la loro moglie, oppure scoprire che poteva andare peggio di com’è ora. Però tenete conto che, in ogni istante, si creano nuove strade da percorrere per noi, per gli altri e per l’elettrone chiuso nella scatola».
Quindi il Maestro si alzò. «Adesso conoscete la verità. Fatene tesoro per le vostre scelte future. Vi accompagniamo all’uscita».
Mike scese i gradini soprapensiero.
Al fondo si trovò di fronte il pakuro che gli chiese: «Cosa volere fare?»
Ora Mike sapeva che, qualunque scelta avesse fatto, un altro se stesso avrebbe optato per qualcosa di diverso. Toccava a lui intuire, per quel poco che poteva decidere, la cosa da fare per ritrovarsi nel migliore degli universi possibili, con la magra consolazione che qualcuno di loro, comunque, l’avrebbe azzeccata.
Mentre rifletteva, gli venne in mente Nicole e così rispose al pakuro: «Cosa voglio fare? Mi piacerebbe andare a caccia di bucefali».
L’umanoide sibilò e disse: «Scelta intelligente. Non terrestre stupido come sembrare».
Mentre i maestosi paesaggi di Vesuvio scorrevano sotto di lui, Mike ripensava alla sua vita e ai futuri possibili. Non poteva prevedere dove tutto questo l’avrebbe portato, ma di una cosa era certo: ormai non invidiava più i suoi se stesso che erano ancora sposati con Susan.
F I N E

Cronache dal Multiverso

Ripubblico i racconti già presentati sul blog http://multiverso.blogfree.net dal settembre del 2010 fino ad oggi sotto il titolo Cronache dal Multiverso.
Si tratta di racconti scritti per vari concorsi letterari on-line: USAM, Minuti Contati, Macelleria n.6, Skannatoio 5 e mezzo, ed altri.
Il genere è generalmente "fantastico", visto che i concorsi riguardavano spesso temi relativi all'horror, al giallo, al fantasy e alla fantascienza.
Buona lettura!